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Zitta zitta, quatta quatta: la rilevanza clinica della fibrillazione atriale silente

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A cura di Carmelo La Greca

 

Jorge A. Wong, David Conen, Isabelle C. Van Gelder, William F. McIntyre, Harry J. Crijns, Jia Wang, Michael R. Gold, Stefan H. Hohnloser, C.P. Lau, Alessandro Capucci, Gianluca Botto, Gerian Grönefeld, Carsten W. Israel, Stuart J. Connolly and Jeff S. Healey. Progression of Device-Detected Subclinical Atrial Fibrillation and the Risk of Heart Failure. J Am Coll Cardiol 2018;71:2603-11.

 

Fino all’85% degli episodi di fibrillazione atriale (FA) non è clinicamente riconosciuto1, e tuttavia il significato clinico di questi episodi silenti (denominati alternativamente “subclinical atrial fibrillation” -SCAF-, “atrial high rate episodes” -AHRE- o “CIED-detected AHRE”) non è ancora definito.

 

Lo studio ASSERT (Asymptomatic Atrial Fibrillation and Stroke Evaluation in Pacemaker Patients and the Atrial Fibrillation Reduction Atrial Pacing Trial) ha reclutato 2580 pazienti con ipertensione, di età>65 anni e senza storia di FA sottoposti a impianto di pacemaker o ICD, dimostrando una correlazione fra episodi di SCAF e rischio di stroke: i pazienti con riscontro di SCAF di durata maggiore a 6 minuti nei primi 3 mesi di follow up (261, il 10% dei pazienti) avevano un rischio 2.49 volte maggiore di stroke rispetto ai pazienti in cui non erano stati riscontrati episodi di SCAF, indipendentemente dalla dimostrazione di nuovi episodi di aritmia.

I dati dell’ASSERT costituiscono la base per l’analisi condotta da Wong et al. allo scopo di identificare una eventuale correlazione tra la progressione della SCAF e le ospedalizzazioni per scompenso cardiaco. Sono stati esaminati i dati dei pazienti i cui episodi di SCAF nel primo anno di follow up erano più lunghi di 6 minuti, ma di durata inferiore alle 24 ore (n=415). Nel successivo follow up medio di 2 anni, in 65 pazienti (15.7%) si è osservata la progressione verso episodi di SCAF di durata >24 ore o verso episodi di FA clinica.

Predittori di progressione dell’aritmia erano l’età, il BMI, la durata degli episodi di SCAF nel primo anno di follow up.

La frequenza di ospedalizzazioni per scompenso cardiaco nei pazienti in cui si è osservata progressione degli episodi di SCAF è stata dell’8.9% per anno, rispetto al 2.5% per anno dei pazienti in cui la progressione non è stata osservata. La progressione degli episodi di SCAF era correlata in maniera indipendente con le ospedalizzazioni per scompenso cardiaco (HR 4.58; 85% CI:1.64-12.80; p=0,004).

 

Si potrebbe certamente ipotizzare una patologia più grave o un differente substrato nei pazienti nei quali si è osservata progressione della SCAF, e che siano in effetti la patologia o il substrato sottostanti a determinare tanto l’evoluzione della fibrillazione atriale quanto le successive ospedalizzazioni per scompenso cardiaco; tuttavia non può essere negato che i dati dell’ASSERT dimostrano ancora una volta il significato della SCAF come predittore di outcome: non solo, quindi, come predittore di stroke, ma anche come predittore di episodi di scompenso cardiaco.

Il riscontro di progressione di SCAF permetterebbe quindi di identificare pazienti da trattare in maniera più aggressiva, con farmaci e modifiche dello stile di vita, al fine di ridurre le ospedalizzazioni e la morbidità, sia per fibrillazione atriale che per scompenso cardiaco.

 

Bibliografia:

  1. Healey JS, Connolly SJ, Gold MR, et al, for the ASSERT Investigators, Subclinical atrial fibrillation and the risk of stroke, N Engl J Med 2012;366:120-9
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Carmelo La Greca
Carmelo La Greca
Dirigente medico di I livello, UO di Cardiologia, Fondazione Poliambulanza Istituto Ospedaliero, Brescia

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