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voci delle mie sirene

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Mi dicono che l’estate vada bene per i romanzi gialli, sotto gli ombrelloni, al fresco, a mitigare un po’ della stanchezza che pesa sulle spalle. Lo penso anch’io, essendo molta la mia stanchezza di questi ultimi mesi (e immagino quella di voi medici…). Ma lo stesso, anche se lo penso, non sono capace di fingere che altri libri non mi stiano in qualche modo chiamando (se i libri chiamano, con la voce delle sirene). E che siano, in questi giorni, un po’ misteriosamente, libri di poesia (tre libri di poesie). D’altronde, mi dico, il mistero è l’ingrediente primo di ogni romanzo giallo: e forse in questi libri di poesie che mi cercano e che ho cercato si nasconde una storia, un colpevole, qualche mistero da risolvere che, una volta risolto, mi farà sospirare di piacere, al fresco, sotto un ombrellone qualunque.

E quindi, eccoli i tre libri di poesie che, come indizi, fanno una prova: il primo è questo, il secondo è questo, il terzo è questo.

Il primo non l’ho ancora nemmeno avuto in mano, è uscito da pochissimo, ma so che mi piacerà molto, so già che sarà uno dei libri che guarderò con più soddisfazione durante il caldo dei prossimi mesi, so bene che in qualche modo lo aspettavo e desideravo da molto tempo, perché certe poesie non si possono smettere di desiderare. Il secondo invece lo guardo e mi dà conforto, lo trovo lieve e sensato, come ogni tanto è giusto che anche una poesia sia, lo trovo assurdo (la poesia scritta in lingua d’altri, l’italiano messo in versi da chi italiano non è…) ma anche illuminante, incoraggiante, importante. Il terzo, lo confesso, soprattutto mi spaventa; lo tengo sulla scrivania davanti a me da più di un mese, dalla prima volta in cui su consiglio di un amico l’ho preso in mano e ancora adesso quando lo apro, poi lo ripongo, poi lo riprendo, ogni volta, questo libro mi spaventa sempre; forse perché un libro denso e intelligente, forse perché mi mette di fronte a parole che non so decifrare, come un giallo che non si risolve.

Lo trovate però ben presentato qui, questo terzo libro di poesie:

Nell’ambito della poesia, i primi due decenni degli anni duemila hanno registrato vitalità, fermento, discussione, con una possibilità di scambio e di conoscenza amplificata – nel bene e nel male – dai siti online dedicati e dai social network. Personalità consolidate ed emergenti hanno mostrato nuovo desiderio per la scrittura in versi, talvolta buona ispirazione, cercando, allo stesso tempo, sia una ridefinizione di stile e linee tematiche, sia di mantenere o conquistare uno spazio che, non di rado, è di sopravvivenza. Il tutto in un acquario in verità talmente ristretto da generare, a volte, reazioni da pesci combattenti, i “rumble fish” richiamati dal film di Coppola degli anni ‘80. Nella speranza di trovare un giorno non dico il mare, ma almeno uno specchio d’acqua capace di accogliere e concedere lo spazio vitale necessario a tanti poeti, è certo importante di tanto in tanto provare a fare il punto della situazione, per un aggiornamento delle coordinate.

Il secondo lo trovate recensito qui:

Dal cassetto di una vecchia scrivania scoperta in casa, a Roma, riemergono alcuni oggetti dimenticati dai precedenti proprietari: cartoline mai spedite, vecchi francobolli, un paio di foto. Spunta poi – ancora più inaspettatamente – un quaderno dalla copertina fucsia e ricco di poesie manoscritte e inedite, che si presenta privo di qualsiasi dettaglio se non quello che appare essere il nome dell’autrice, vergato sulla copertina: “Nerina”… Nel corso della raccolta, attorno a questo io lirico misterioso si disegna un’identità multiforme, composita, in cui coesistono varie lingue, diverse culture e che trova la sua definizione proprio in questa continua metamorfosi, nell’assenza di una caratterizzazione fissa e definitiva. Non a caso, la raccolta si apre emblematicamente su una poesia, Sparizioni, in cui il motivo ricorrente è quello della scomparsa improvvisa di oggetti, che quando vengono ritrovati in un secondo momento suscitano nel soggetto un’agnizione rivelatrice, a testimoniare come siano solo la perdita, lo smarrimento imprevisto, a permettere di ritrovarsi, di giungere a una definizione più complessa (e per questo più autentica) della propria identità.

Del primo parla il suo stesso autore diffusamente qui:

Poeta dell’avventura, di matrice dantesca, del teatro dalle mille voci del Globe di Shakespeare, non mi riconoscevo nella solipsistica e adamantina tradizione petrarchesca, da secoli dominante, ma semmai in quella dei lirici greci, sonori, straziati, drammatici e recitanti un po’ come lo sarebbero stati, duemila anni dopo, gli elisabettiani. Penso che quei lirici siano poeti della voce primaria quanto i tragici, e che nello stesso tempo esista lirica assoluta nei monologhi o cori di Eschilo, Sofocle, Euripide, così come brucia tragedia, a nuda voce, nei versi di Saffo e Mimnermo. Per questo i miei Lirici greci includono anche versi dei poeti storicamente considerati tragici. Poesia e teatro sono il nucleo antropologico in cui l’uomo si stacca per sempre dall’ominide, nel momento in cui piange e seppellisce i morti, che è scoperta della memoria, la quale, fusa con la compassione è l’essenza agonistica della poesia.

Si dice che l’estate sia il momento dei romanzi gialli, degli investigatori, dei misteri finalmente risolti. Io vi propongo, per quest’anno, un gioco diverso: il mistero mai risolvibile della poesia, in forme lontane, anche un po’ contraddittorie, in misure molto differenti l’una dall’altra, dalle origini remote alla contemporaneità indecifrabile, dalle traduzioni alla poesia scritta in una lingua straniera. Vi propongo insomma le voci delle mie sirene. Magari sono indizi anche questi, come in un romanzo giallo; più probabilmente no, nessun indizio e nessun colpevole, nessuna trama, nessun filo che ci conduca fuori dal labirinto. Ma solo qualche verso come uno spigolo, come la nota di un canto lontano che ci racconta chi siamo.

Davide Profumo
Davide Profumo
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