Voce del verbo

Di Gian Luca Favetto

Voce del verbo, ecco il titolo. Scelgo queste tre parole come titolo per ciò che sto scrivendo attorno al rapporto medico-paziente. Perché tutto quello che viene qui di seguito, nelle prossime righe, c’entra con il dire parole e con l’agire, con il far risuonare in armonia idee e azioni, cercando di mantenere una stretta relazione fra teoria e pratica, fra ciò che si proclama e il comportamento che consegue, nonché fra il lato tecnico-scientifico e il lato umano di ogni aspetto della vita.

Scrivendo queste frasi, ho in mente la figura del medico. Il mio medico. Un amico. Sono tre, quattro –più tre che quattro– i miei amici che fanno i medici. Uno è il mio medico della mutua, se così ancora si dice. Uno è un paziente cardiologo. Uno è uno spiccio ortopedico. Uno era un dermatologo pescatore, morto l’anno scorso, ma è rimasta l’amicizia.

Pronunciando questo titolo, Voce del verbo, che in verità discende da un precedente titolo di lavoro affidatomi a scatola chiusa, Il medico colto, possono venire in mente diverse immagini e combinazioni, dei flash anche inconsci, giochi di senso e di nonsenso, che non per questo risultano meno importanti, meno suggestivi e indicativi.

Voce del verbo, dunque. Senti pronunciare queste parole e puoi pensare:

  1. Che il verbo abbia una voce. E, in effetti, ce l’ha. È evidente anche per chi non crede appena si adopera l’accorgimento di inserire la maiuscola: il Verbo. È il Verbo che si fa Carne, con tutto quello che segue, con la perfetta sintonia fra parola e azione che si instaura nella persona del Cristo.
  2. Che la parola dia voce a un sentimento di sorpresa, inquietudine, paura, abbandono, disperazione… A cos’altro dà voce, in effetti, la parola se non a un sentimento? A una cosa.
  3. Che il verbo sia una voce da seguire, che richieda un movimento, mentre il sostantivo sia un palo che si pianta nel terreno, così da definire, limitare, stabilire.
  4. Che una professoressa o un professore stia svolgendo un’interrogazione seduto dietro a una cattedra in attesa di dispensare un giudizio, un voto, questo purtroppo è il suo compito: io curo, voce del verbo?… tu guarirai, voce del verbo?…
  5. Che si chieda di coniugare un verbo come coniugare ad esempio, che significa, sì, elencare le forme di un verbo nei suoi modi e nei suoi tempi; ma anche mettere insieme, significa, congiungere, unire in matrimonio, anche solo far coesistere, contemperare.
  6. Infine, per venire al nostro specifico contesto, che il medico possieda il verbo, che sia addirittura la voce del verbo, e come verbo risulti incontestabile: un medico ti dice e tu ascolti, subisci, esegui con fiducia, anche un po’ impressionato, forse in soggezione, come davanti a un giudice, peggio che davanti a un prete: è come se il medico da cui dipendi impartisse una sentenza, e gli effetti della sentenza colpiscono qui e ora, in questa vita, non in un’altra, non colpiscono un’altra vita, ma la tua.

L’argomento che svolgo tiene conto di queste impressioni e suggestioni, ma si trova in una stanza diversa, una stanza successiva rispetto a quella definita dal titolo Voce del verbo –un titolo definisce un argomento così come quattro pareti definiscono una stanza: pone dei limiti e disegna uno spazio.

L’argomento si trova là dove risuona la parola colto. Sentendola e annotandola su un foglietto, colto, Il medico colto, mi è venuto in mente Voce del verbo. Ho pensato: colto voce del verbo coltivare. E anche: voce del verbo cogliere. E quasi per empatia, perché no?, voce del verbo condividere.

Colto: raccolto, coltivato -a patate magari-, e però istruito, eppure beccato in fallo, solo erudito o anche sapiente? Su tutto, però: capace di condividere. Altrimenti è inutile coltivare, inutile raccogliere, persino inutile sbagliare e sapere.

Sto leggendo le bozze di un romanzo olandese che uscirà a ottobre per Longanesi. Si intitola Piccoli esperimenti di felicità. Lo scrittore si cela sotto lo pseudonimo di Hendrik Groen. Il protagonista è un ultraottantenne che vive in una casa di riposo di Amsterdam. Naturalmente si parla di medici e pazienti.

Il direttore editoriale della Longanesi mi ha scritto una bella lettera di accompagnamento. A un certo punto osserva: “Ce lo diciamo sempre più spesso: il bene più prezioso che abbiamo è il tempo. Tempo per fare, per disfare, per sbagliare, per costruire, a modo nostro, la nostra felicità. Perché la felicità non è mai una conquista al primo tentativo, richiede impegno quotidiano e ricerca costante. Richiede tempo, appunto”.

Premesso questo, per raccontare il personaggio e darmi il senso della storia, aggiunge alcune righe che fanno venire voglia di leggere il libro, che sono quasi meglio del libro, penso. Scrive, a proposito del protagonista: “È un uomo, ora lo capisce, che ha detto troppi sì controvoglia. E se è arrivato finalmente il momento di dire un no, perché non sceglierlo grande, impossibile? Un no al tempo che passa. O perlomeno una gara, una competizione, per vedere nel giro di un anno chi l’avrà vinta, se il Tempo o lui. È una sfida importante. Hendrik sa che da solo non può farcela. Ci vuole un sostegno, anzi meglio, un Club”. Ci vuole condivisione, ci vuole amicizia per mettersi in piedi, fieri, ad affrontare il Tempo; ci vuole condivisione e amicizia per stare nel tempo, in questo tempo presente che ci è dato, e viverlo, vivere.

Qui si sostiene questo, contro ogni ragionevolezza forse: che il vero medico non può che essere amico e condivisore. Non c’è cura senza amicizia, senza quel sentimento che è un legame d’affetto, un rapporto alla pari di reciproca fiducia e stima, disponibilità e rispetto, pur essendo l’uno il medico e l’altro il paziente, pur dipendendo questo da quello. Non c’è cura, né cultura, senza condivisione. Non c’è condivisione senza amicizia. E ciò che si condivide è il tempo. Condividendo il tempo, si può condividere il sapere. Ma si può condividere il sapere se si è amici del sapere. L’amicizia per il sapere, per la sapienza, si chiama filosofia. La filosofia serve a condurre la vita e affrontare il tempo.

Non dovrebbe fare questo anche il medico con le sue cure? Non dovrebbe adoperare il suo tempo e il suo sapere a vantaggio dell’uomo, del paziente, dell’amico, aiutandolo ad affrontare il tempo? Tanto più che, il suo, è un intervento in grado di illustrare proporre suggerire un modo di vita. Per questo lo voglio capace un medico, o non lo voglio. Capace di amicizia.

Gian Luca Favetto
Scrittore, giornalista, drammaturgo. Collabora con «La Repubblica» e RadioRai. Gli ultimi suoi libri sono «Se dico radici dico storie» (Laterza) e «Il giorno perduto. Racconto di un viaggio all’Heysel» (66thand2) scritto con Anthony Cartwright.

Commento allo studio COMPASS

A cura di Maurizio Del Pinto (altro…)

Studio CANTOS: nuove prospettive per il trattamento delle malattie cardiovascolari

A cura di Antonella Potenza (altro…)

Studio COMPASS: efficacia dell’associazione rivaroxaban ed aspirina nei pazienti con vasculopatia aterosclerotica stabile

A cura di Antonella Potenza (altro…)

Idarucizumab: Risultati finali dello studio RE-VERSE AD

A cura di Antonella Potenza (altro…)

Lo studio RE-DUAL PCI nei pazienti con FA sottoposti a PCI: risultati e considerazioni per la pratica clinica

A cura di Andrea Rubboli (altro…)