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viaggi letterari immaginari

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Non è tempo di viaggi, questo. Non sono giorni in cui sia facile pensare di partire, aerei cancellati, controlli alle frontiere, sbarramenti fisici e psicologici, zone rosse, strette di mano negate, non è primavera in cui sia facile pensare a un lungo viaggio estivo, progettarlo, immaginarlo. Ci sentiamo piuttosto bloccati e circondati; incerti del prossimo futuro, incapaci di immaginare se tutto sia destinato a peggiorare, le zone rosse ad aumentare di superficie, i nostri movimenti sempre meno liberi, o se invece i giorni porteranno più facili spostamenti, respiri meno affannati, colpi di tosse innocenti, la consapevolezza di quanto fosse più facile prima, avere strade da percorrere e abbracci di cui non aver paura.

Proprio per questo, perché viaggiare con il corpo sta diventando difficile anche solo da immaginare, penso possa piacere a voi, come sta piacendo a me, la lettura di un libro che è insieme un viaggio, ma anche il racconto di un viaggio ma anche un viaggio dentro un altro libro che fu a sua volta il viaggio immaginario dentro un altro mondo, nel riflesso del quale, però, era allegoricamente visibile il nostro mondo terreno, quello di ieri come quello di oggi, quello in cui viaggiare è, se non impossibile, difficile, e immaginare di viaggiare quasi doloroso.

Sto parlando del bellissimo libro (ma starei per dire «librone», più di mille pagine) in cui Giulio Ferroni racconta l’Italia che abitiamo attraverso le parole rimate di Dante Alighieri, quelle che citano un’Italia ormai lontana nel passato. È un libro molto bello, quasi un libro prodigioso: che tiene insieme geografia e letteratura, viaggio e contemplazione, critica letteraria e immaginazione di paesaggi, versi di Dante e tanti altri libri di tantissimi altri poeti. Se ne parla per esempio qui:

Se aveva ragione Dino Campana (citato da Ferroni) nel sostenere che tutta la poesia di Dante «è poesia di movimento», va sottolineato che al contrario dello Zibaldone leopardiano, un quaderno scritto per lo più da fermo, questo è invece uno zibaldone scritto tutto al presente nell’andare: in coerenza appunto con l’attitudine dell’Alighieri, cronista dell’aldilà quanto Ferroni è cronista di un aldiquà segnato da autostrade, superstrade e tangenziali, code interminabili di camion, autosnodati, autoarticolati, furgoni, furgoncini, Suv… Un paesaggio in cui convivono brutture inenarrabili e miracoli di bellezza e di civiltà, perché questa è l’Italia, come già osservava Giulio Bollati, una disarmonia tra vecchio e nuovo, fra tradizione e modernità. Mentre l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso danteschi avevano spazi e confini propri, il territorio italiano appare come il regno di una promiscuità vertiginosa, e non meraviglia che una mefitica fettuccia autostradale si trovi a due passi dai Colli Euganei o dell’Arquà petrarchesca, ancora quasi perfetta.

Ma è soprattutto uno di quei libri che, ariostescamente, borgesianamente, non iniziano e non finiscono mai: li si apre a casa, li si percorre più con le mani che con gli occhi, si scoprono sentieri scoscesi in Liguria e laghi luminosi in Lombardia, miti siciliani e strade istriane, si percorre un mondo che è insieme quello di Dante, quello di Giulio Ferroni e quello che percorriamo anche noi, con le nostre auto e con la nostra immaginazione di viaggiatori soli e un po’ mediocri…. In tempi di strade bloccate e zone rosse, mi pare il libro più bello che si possa leggere e soprattutto consigliare. Mi sta tenendo compagnia in molte di queste serate di tardo inverno, mentre mi chiedo cosa accadrà nelle prossime settimane. Forse potrà farne un po’ anche a voi.

[Ma ho pure una piccola aggiunta, scusatemi; che non stava assolutamente nel discorso precedente, anche a volervela far entrare con la forza. Non ci entra: Lucio Dalla non riesce a stare insieme a Dante e a Ferroni, non so perché. Ma si trova on line proprio oggi, che è il suo compleanno, un bellissimo articolo che ripercorre la sua carriera musicale, scritto qualche anno fa da Leonardo Colombati (lo trovate qui). Vale la pena di leggerselo con calma, secondo me. E poi magari di far partire uno di quei dischi prodigiosi di cui si pala nell’articolo, mentre provate a sfogliare il libro dantesco di Ferroni. Ecco, forse andranno d’accordo così, accompagnandosi uno all’altro. Come succede con le cose belle, quelle che ci tengono compagnia nei nostri viaggi, anche quelli soltanto immaginari.]

Davide Profumo
Davide Profumo
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