L’articolo più bello che ho letto oggi lo ha scritto Christian Raimo, su Internazionale, e riguarda i migranti, la tragedia dei morti nel Mediterraneo e tutto il dibattito (francamente insopportabile, oltre che inutile) che ne è seguito nel nostro paese. È un post lungo, ma vale la pena di fare lo sforzo per arrivare alla fine. Si pone, fin dal titolo, la questione di come si possa parlare di immigrazione a scuola, ma in realtà il problema che pone sul serio è un altro: e cioè di come si possa parlare di immigrazione in generale nel nostro paese, altro che a scuola. Tra le tante cose interessanti che dice, c’è questa:

 

Ogni volta che in classe chiedo: secondo voi quanti sono gli stranieri in Italia, segno le risposte(50 per cento, 25 per cento, 60 per cento, 15 per cento…), metto le percentuali in fila alla lavagna, faccio una media, e viene fuori all’incirca il 30 per cento.

Allora, prima di fornire il dato reale, invito a considerare: quanti stranieri ci sono in classe o a scuola? Mettiamo anche che la nostra classe o la nostra scuola sia un’eccezione: conoscete per caso una classe o una scuola dove le percentuali di stranieri sono così alte? E se sì, non vi sembrano quelle un’assoluta eccezione?

Il numero di stranieri presenti in Italia è di circa l’8 per cento della popolazione. Quello che potrebbe essere definito il“tasso di immigrazione percepita” varia dal 20 al 30 per cento, secondo vari studi. Abbassare questo tasso, almeno a scuola, credo sia una priorità assoluta.

Ma aggiungiamo un piccolo passo d’analisi, ponendoci un altro interrogativo. Quanta ricchezza producono gli stranieri in Italia? Quanto contribuiscono al Pil nazionale?

 

Se avrete finito di leggere l’articolo di Raimo, vi sarete resi conto che a volte è anche solo un semplice problema di parole («schiavisti» e «scafisti», per esempio). Non vi risulterà strano, allora, che io vi rimandi a quest’altra lettura, che prevede finanche l’acquisto di un libro, il cui titolo è Pazzesco!: è una lettura interessante, perché in qualche modo lascia intuire che troppo spesso i nostri ragionamenti sono o rischiano di essere fallaci perché fallaci o inesatte sono le parole che usiamo per esprimerli. E finiamo quindi per impazzire noi (e i nostri studenti, anche), perché usiamo un italiano impazzito come una maionese (bel titolo, non c’è che dire).

E a questo punto non sarebbe nemmeno fuori luogo ricordarvi che, tra una discutibile lamentazione e una non so quanto utile iniziativa (poco utile, ma è un’opinione personale e quindi ancora più inutile) oggi si celebra la Giornata mondiale del libro (e pure il sito della Treccani ha deciso che dovete leggere un libro, altro che consultare vocabolari o enciclopedie…). Però quasi quasi, ve lo confesso, io faccio finta di niente, perché negli anni ho maturato la convinzione che passiamo il tempo a celebrare le giornate di cose che stanno morendo e che lo facciamo proprio quando abbiamo capito che non c’è nessuna speranza che guariscano, tanto che queste giornate assumono sempre di più i toni e le atmosfere di un funerale di un vecchio zio che nessuno si ricordava nemmeno più di avere, altro che gioia della lettura e amore per la letteratura… Per cui sto zitto e me ne vado, e speriamo bene.

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Davide P.
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6 Responses to “uomini e parole, ma nessun libro” Subscribe

  1. .mau. 23 aprile, 2015 at 2:03 pm #

    beh, il 23 aprile è stata scelta come data perché è quella in cui è morto Cervantes ed è morto Shakespeare (occhei, solo secondo il calendario giuliano ma il principio è quello…) quindi *è* la celebrazione di qualcosa che è morto.

    Detto questo, e considerando come “straniero” chi ha entrambi i genitori non nati in Italia, all’asilo Jacopo ha Haijie, Adam, Iman, Giselle, Anuska, Eyayu (ok, lui è stato adottato) in una classe da 25. (Non ho l’elenco della classe di Cecilia, quindi non mi arrischio a fare i conti. Mi vengono in mente Federico che è cinese, Astine, Gana, Danisha, Nathaniel ma forse me ne manca uno, anche perché non è che stia tutti i momenti a pensare alla nazionalità dei bimbi). Questo può dire molte cose sulla natalità relativa, ma può anche fare aumentare la “stranierità” percepita da chi ha bambini in età scolare, non trovi?

    • Davide P. 23 aprile, 2015 at 2:09 pm #
      Davide P.

      Chiaro che sì, come è chiaro che qui dove vivo io (lontano dalle vostre tentacolari metropoli…) l’incidenza degli stranieri, anche a scuola, è nettamente minore. Però il problema che pone Raimo è proprio quello di provare a ragionare al di là delle nostre più immediate percezioni. Soprattutto quando il problema è così grave da diventare tragico.

  2. ilcomizietto 23 aprile, 2015 at 9:27 pm #

    Dimenticavo: segnalo anche un libro che non ho letto, ma promette bene:

    Andrea Di Nicola, Giampaolo Musumeci – Confessioni di un trafficante di uomini – Chiarelettere

    • Davide P. 24 aprile, 2015 at 9:12 am #
      Davide P.

      Grazie, per entrambe le segnalazioni.

  3. Stefania S. 25 aprile, 2015 at 4:41 pm #

    No, viva le giornate del libro, della memoria, e passi pure quella della donna. Non sono funerali, ma Pasque o Natali. Che si diventa più buoni, ci si ricarica, torna la voglia. Auguriamoci invece che non si inventino giornate strane, per nominare le quali mi piacerebbe aprire un gioco su L’oblò, a chi la pensa più stupida. Del tipo la giornata della medicina omeopatica.

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