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uno studente, un libro

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Sono molto contento di sapere (da quando ho smesso di scrivere di scuola, anche se non ho ovviamente mai smesso di pensarci, né di andarci, tutte le mattine in cui devo farlo) sono molto comunque contento di sapere che ci sia un insegnante come Roberto Contu a scrivere di scuola, ogni tanto, con cadenza regolare, sul web, dicendo spesso quello che penso io o che io non so nemmeno ancora di pensare, ma penso.

 

Oggi, per esempio, Roberto Contu scrive una cosa bellissima su cosa sia la scuola e sul mestiere che (io e lui e alcuni altri, anche tra di voi) abbiamo scelto di fare e su un passaggio di voto che nessuno, in nessun consiglio di classe, commenterà mai. È un post che mi viene difficile riassumere e che merita invece una lettura completa e attenta. Perché di solito, quando si parla di scuola si parla di altro, di tutt’altro, si parla di eccezioni, o di ricordi, o di figli, o di stanchezza (questo sono io, in effetti), o di bei tempi andati; e lo si fa con toni a volte nostalgici altre volte apocalittici troppo spesso donmilaneschi eccetera. E invece ha ragione Contu: è di Enrico Bottini che dobbiamo parlare:

 

Enrico Bottini, sì, proprio lui, è uno studente perfettamente mediocre, che ho con me dall’inizio del triennio. Fin dall’inizio mediocre l’interesse per le mie materie, mediocri le sue capacità, mediocre l’impegno, mediocre la presenza della famiglia. Una somma di mediocrità che però ogni anno ha onestamente fruttato il necessario per arrivare a una mediocre sufficienza, senza troppi patemi e senza indebiti e ingiustificabili aiuti da parte mia. Enrico Bottini, lo ammetto senza cautele, fin dai primi mesi del primo anno pareva candidato al novero degli studenti che il mio personalissimo ur-insegnante (che ogni docente cova in sé, fin dai primordi della propria vocazione pedagogica) avrebbe dimenticato una volta consegnatogli il suo mediocre diploma di maturità. Il motivo? Semplice a dirsi: Enrico Bottini non appartiene alle due categorie comuni che delimitano i confini netti del mio (del nostro) indomabile impulso di dare identità alla propria patente esistenziale da insegnante.

 

Ecco, ora potete procedere da soli sul sito e io credo che non ve ne pentirete. Se poi, dopo la lettura della piccola ma decisiva storia scolastica di Enrico Bottini, avete ancora voglia di qualche mia parola, oggi ho voglia di dirvi che vale la pena di leggere il nuovo libro di Massimo Mantellini, per tante ragioni. Si intitola Bassa risoluzione e racconta molte cose importanti del nostro rapporto con la tecnologia (e quindi con la contemporaneità) e anche del rapporto dei nostri figli con la tecnologia (a volte viene pure il sospetto che Mantellini abbia pensato e osservato a lungo il rapporto della figlia adolescente con la tecnologia prima di scrivere il libro; e che questo sia a suo modo anche un libro sulla paternità che si interroga, se non vado troppo in là con la mia foga interpretativa…).

 

È un saggio leggero (nella migliore delle accezioni del termine, cui lo stesso Mantellini allude nel corso della trattazione) e acuto, che parla molto di mobili Ikea e della vita mediamente low cost che abbiamo in parte accettato di vivere, con alcuni passaggi che mi sono segnato perché mi sa che, anche in questo caso, non sapevo ancora di pensarli già. Uno per esempio è questo:

 

Internet è diventata luogo di lavoro e di relazioni sociali, di transazioni e di intrattenimento ma nei nostri pensieri resta tuttora altrove rispetto alla nostra vita reale. L’altrove digitale è l’alibi che offriamo alla nostra lenta accettazione del mondo che cambia, è una forma di incredulità nei confronti del presente, verso la possibilità che certe cose siano successe davvero e in tempi tanto rapidi. Per uno scherzo del destino il più frequentato dei nonluoghi è diventato internet e noi resistiamo e ci opponiamo in ogni modo a questa nuova idea di normalità. Lo facciamo perché qualcosa non ci convince. Di internet temiamo la spinta claustrofobica , il respiro sintetico che è possibile ascoltare dentro termini come «virtuale» o «on line». Siamo preoccupati per le conseguenze che dovremo affrontare, molte delle quali ci sembrano tanto innaturali e inattese da solleticare il nostro senso del ridicolo. Per alcuni è la rappresentazione di un momento di passaggio, per altri l’avvisaglia di una catastrofe che ci sta raggiungendo.

 

Vorrei quasi aggiungere che io appartengo alla prima delle due categorie, e forse anche per questo il libro mi è piaciuto. Ma lascio a voi la lettura e anche la scelta, naturalmente, tra l’uno e l’altro gruppo. Così come vi lascio il tempo di valutare quanto il vostro mobile Ikea, là nell’altra stanza, vi inviti a leggere il libro.

Davide Profumo
Davide Profumo
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