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uno spigolo

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Avrei tante cose da dire e segnalare, oggi. Così tante che, lo so, rischierei di fare confusione e non dirne nemmeno una, accavallandole tutte, cercando connessioni vaghe, perdendone i fili nel labirinto di pensieri a cui non ho saputo dare ordine.

Avrei per esempio da segnalarvi un bel post su come si affronta una crisi: lo ha scritto Annamaria Testa, davanti alla cui lieve nitidezza io resto sempre molto ammirato (e lo trovate qui, il post), ed è una piccola, efficacissima lezione su una delle parole che usiamo di più, in tutti i contesti («c’è la crisi», «sono in crisi», «colpa della crisi», «la crisi in atto»), e che forse capiamo di meno.

Oppure potrei dirvi che sto molto riflettendo sulle poche e apodittiche righe che ha scritto Luca De Biase sulla natura del potere: e che mi piacciono molto e che magari le riprenderò un giorno, per provare a dire cose che mi stanno a cuore, da qualche tempo. O addirittura che sono d’accordo pure con Tullio De Mauro oggi (non mi succede mai…), quando scrive che dobbiamo fare attenzione al ruolo che vogliamo che abbia la storia (in tutte le sue declinazioni) nella formazione degli studenti europei.

Ma naturalmente non potrei e non vorrei dimenticarmi che è morto in queste ore Elie Wiesel, uno dei più grandi scrittori della Shoah, una delle più grandi voci letterarie del secolo scorso, un uomo che è stato parte fondamentale della nostra memoria e del modo che abbiamo di conservarla, preziosa, e di comunicarla al mondo: ne trovate qui un profilo interessante e, devo dirvelo, si tratta di una segnalazione su cui non sorvolerei troppo facilmente.

Oppure, e sarei felicissimo di farlo, potrei dirvi che è di nuovo bellissima, secondo me, la poesia che pochi giorni fa ha pubblicato Alessandra Celano sul suo blog, una poesia leggera e sottile che parla di tavolini all’aperto e di rose rampicanti e di bellezza del mattino (è così bella da leggere e rileggere, come solo le poesie belle sanno essere belle).

E però, detto tutto questo, c’è una cosa che più di ogni altra urge e devo dire e segnalare: una sola cosa. (A proposito anche di questa terribile notizia di qualche giorno fa che io so – lo so, come sapeva e non si stancava di dire Elie Wiesel, forse – non dobbiamo mai dimenticare). La segnalazione è una descrizione di Lampedusa (luogo allegorico di ciò che siamo e di ciò che saremo, quanto nessun altro in Italia, luogo che va ben oltre il suo essere un luogo e diventa immediatamente uno specchio, uno spigolo cu cui andiamo a sbattere non appena scegliamo di uscire dalla fila ordinata e rassicurante dei nostri casuali compagni di strada) scritta da Evelina Santangelo. Ci trovate passaggi come questi:

 

Lampedusa è un grumo, un gomitolo inestricabile. Appena ti sembra di averne preso un capo, quello ti sfugge di mano o ti porta verso un nodo da cui parte un nuovo capo della stessa matassa. È uno di quei luoghi in cui arrivi convinta di aver capito abbastanza, e da cui te ne vai carica di incertezze e verità prismatiche che, a secondo da dove le osservi, ti restituiscono impressioni e pensieri in fuga, impossibili da ordinare in un discorso pacificato e cristallino. Lampedusa è, a suo modo, lo specchio deformante in cui si riflettono contraddizioni e conflitti di questo nostro tempo in cui passato e presente deflagrano. […]

«Qui bisogna finirla con la retorica dell’accoglienza e dell’eroismo, con le cartoline patinate», dicono in molti, moltissimi, insofferenti nei confronti di slogan di comodo, sensazionalistici, di passerelle a uso e consumo di chi le attraversa, e c’è chi aggiunge che quella retorica nasconde «i problemi reali dell’isola», mentre altri precisano invece: «Qui bisogna non far altro che essere umani. Normali». Questo continua a ripetermi una persona che in questi anni ha cercato di dare un nome o una qualche identità ai naufraghi seppelliti tra la fine degli anni ’90 e il 2011 al cimitero di Lampedusa, quando De Rubeis faceva scrivere lapidi così: «Immigrato non identificato di sesso maschile etnia africana colore nero». […]

Così, alla fine, hai una sola certezza: le sorti d’Europa e del mondo si giocano in periferie così, marginali e nevralgiche, ora dimenticate ora portate alla ribalta, a seconda di quel che esige il pensiero prevalente o da far prevalere; periferie dove le frontiere munite si sono trasformate per forza di cose in confini permeabili come lo erano in un passato remoto e come li ha sognati l’Europa nascente; dove la marginalità con il corredo di incertezze, fragilità, precarietà economiche è costretta a fare i conti con una nuova centralità tutt’altro che insulare;dove arretratezze culturali sono messe alla prova in sfide di civiltà e umanità impensabili, in cui i pregiudizi, le xenofobie, gli arroccamenti identitari s’infrangono, per forza di cose, travolti da urgenze che hanno a che vedere con il dare la vita o la morte.

 

Ecco, alla fine, superato tutto il resto, c’è questo brano su questo luogo che volevo segnalarvi. Se non avete tempo per nient’altro, abbiatelo (penso io) per questo spigolo di terra.

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Davide Profumo
Davide Profumo
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2 Comments

  1. umberto ha detto:

    Un disaccordo con l’esperienza alla periferia provoca un riordinamento all’interno del campo; si devono riassegnare certi valori di verità ad alcune nostre proposizioni. Una nuova valutazione di certe proposizioni implica una nuova valutazione di altre a causa delle loro reciproche connessioni logiche, mentre le leggi logiche sono soltanto, a loro volta, certe altre proposizioni del sistema, certi altri elementi del campo.
    Una volta data una nuova valutazione di una certa proposizione dobbiamo darne un’altra anche a certe altre, che possono essere proposizioni logicamente connesse con la prima o esse stesse proposizioni di connessioni logiche, ma l’intero campo è determinato dai suoi punti limite, cioè l’esperienza, in modo cosi vago che rimane sempre una notevole libertà di scelta per decidere quali siano le proposizioni di cui si debba dare una nuova valutazione alla luce di una certa particolare esperienza contraria.
    W.V.O. Quine – I due dogmi dell’empirismo

  2. umberto ha detto:

    Che vuol dire : Lampedusa non é affatto periferia…..

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