nostre ombre
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11 Ottobre, 2018

uno come me quando leggo Sereni

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[…] E io potrò per ciò che muta disperarmi
portare attorno il mio capo bruciante di dolore…
ma l’opaca trafila delle cose
che là dietro indovino: la carrucola nel pozzo,
la spola della teleferica nei boschi,
i minimi atti, i poveri
strumenti umani avvinti alla catena
della necessità, la lenza
buttata a vuoto nei secoli…

 

Resta sempre un nodo irrisolto in certi poeti, almeno per me; resta che è difficile spiegare e prima ancora è difficile capire il perché di alcune poesie, di alcuni versi; resta che ci sono voci che più di altre dettano le sillabe del mio cuore, le scandiscono, le lasciano risuonare in un vuoto che è sempre quel mio stesso medesimo cuore (siamo tra cardiologi, ci capiamo…); resta che tra queste voci c’è senza dubbio quella di Vittorio Sereni, da molti anni, senza che io l’abbia mai saputa decifrare (e nemmeno spiegare, è naturale). Lo dice, lasciandomi meno solo, anche Fabio Pusterla, meglio di me, qui:

 

Leggere Sereni è sempre, almeno per me, un’operazione leggermente inquietante, leggermente destabilizzante; e ci sono, anche, regioni della sua opera non affatto pacificate, non affatto chiarite, non affatto prive di un fascino che sa unire la seduzione e la vertigine, una sorta di insinuante erotismo annodato a un annuncio di catastrofe, della cui concretezza oggi meno che mai ci è dato dubitare.

Davide Profumo
Davide Profumo
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