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Un’idea di classico

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Nel 1978 – a proposito di lavoro – Alfredo Barberis in una intervista chiese a Fortini se era un «lavoratore metodico» come Moravia, oppure «saltuario». Proprio il genere di domanda che, per quanto sottendeva, faceva infuriare Fortini, il quale così rispose, trattenendosi: «Potrei quasi arrabbiarmi perché vorrei che si rendesse conto come la figura dello scrittore alla Moravia è una figura di pochissimi esemplari, perché per sopravvivere, nel nostro paese, occorre fare due, tre, cinque mestieri, si è in uno stato di esaurimento perpetuo. Per anni e anni le ore del mio lavoro sono state strappate, letteralmente strappate, al sonno e all’esaurimento permanente. Ecco quindi uno stato di puro caos, la casualità del lavoro, l’intermittenza, lo spreco, il senso della vita che se ne è andata via senza aver fatto quel che si doveva fare, i libri non letti ma sbirciati…»

Sono passati vent’anni e due giorni dalla tarda mattina in cui seppi (ero sul treno, incontrai un allora mio collega della mia allora università, che mi venne incontro trafelato, per dirmelo) che era morto Franco Fortini.

Sono passati vent’anni e ogni anno che è passato si è in me radicata e solidificata la convinzione che sia stata la sua la più grande figura intellettuale e poetica del secondo dopoguerra e della seconda metà del secolo ormai scorso. Era lui, insomma; era la sua, la voce. Adesso, a vent’anni di distanza, si fanno i conti e i conti sembrano, almeno per questa volta, tornare. Perciò, come salutai con entusiasmo undici anni fa la pubblicazione dei suoi Saggi ed epigrammi nella collana dei Meridiani, saluto oggi quasi con commozione l’uscita della sua definitiva opera in versi, pubblicata sempre da Mondadori e introdotta da Luca Lenzini.

E ho quindi letto con grande piacere, negli ultimi giorni, tanti interventi su di lui, su Fortini, sia sulla carta sia sul web; e ho pensato che a volte, invece, mi era parso di ricordarmelo da solo (o insieme a pochi amici) e che mi era dispiaciuto. Ma mi sbagliavo per fortuna. Perché, oltre al passo citato in apertura di questo post, che viene proprio da un ricordo di Luca Lenzini riportato da «Le parole e le cose», lucido e importante è anche l’articolo uscito non molti giorni fa sul Sole24ore, grazie alla penna di Giuseppe Lupo. Così come mi è parsa azzeccatissima la scelta di Loredana Lipperini di riproporre, a vent’anni di distanza, le parole dell’ultima lettera di Fortini, datata 20 anni e 25 giorni fa. La lettera (che trovate per intero sul blog della Lipperini) dice anche così:

Ci sono manuali per l’uso della calunnia nel management della comunicazione, lupare bianche, colpi alla nuca; o, nel più soave e incruento dei casi, la damnatio memoriae, il nome omesso o deformato, la associazione indiretta con qualche notorio cialtrone.

Ma ci sono momenti in cui il solo modo serio di dire “noi” è dire “io”. La prima persona, quel qualcosa che viene dopo la firma. Questo è uno di quei momenti.

Bisogna spingere la coscienza agli estremi. Dove, se c’è, c’è ancora per poco. Quando non si spinge la coscienza agli estremi, gli estremismi inutili si mangiano lucidità e coscienza.

Chi finge di non vedere il ben coltivato degrado di qualità informativa, di grammatica e persino di tecnica giornalistica nella stampa e sui video, è complice di quelli che lo sanno, gemono e vi si lasciano dirigere.

Mentre Giovanni Lupo esordiva così:

L’opera in versi di Franco Fortini, così come ci viene consegnata da questo volume che giunge in libreria a celebrare il ventennale della morte e che ha tutta l’aria di essere un recupero organico e definitivo del lavoro di oltre cinquant’anni, appare una limpida esperienza civile, una mai sopita interrogazione del futuro effettuata in chiave etica, una ricerca di senso condotta non tanto nel riposo della natura, piuttosto nel mare aperto delle idee o nell’incalzare dei fatti della Storia.

 

Ecco, insomma, abbiamo forse trovato un «classico», anche per l’ultimo scorcio del Novecento. Un classico che fece della «disobbedienza» e dell’estremismo la cifra essenziale di tutta la sua esperienza intellettuale. E oggi, a vent’anni e due giorni dalla sua scomparsa, possiamo con consapevolezza ferma dei suoi meriti celebrarlo.

[E infine, proprio tra parentesi, anche un piccolo, inutile ricordo personale. Ho conosciuto Franco Fortini una sera di primavera del 1992; eravamo un gruppo di giovani ingenui e un po’ presuntuosi e lo avevamo maldestramente invitato nel luogo dove vivevamo, nella periferia di Milano, ben oltre la circonvallazione cittadina, in mezzo ai parcheggi degli appena nati centri commerciali e alle corsie delle tangenziali. Volevamo essere noi il punto di riferimento «culturale» di quei luoghi… (eh sì, faceva un po’ ridere…). Ma lui venne. Arrivò in metropolitana; parlò a noi, stupiti ed emozionati e un po’ scemi, di poesia e di rivoluzione e di omologazione culturale. Poi se ne tornò a casa lasciandoci lì, nei nostri parcheggi, con la sensazione di avere ricevuto un regalo che non sapevamo nemmeno come scartare. Non lo vedemmo ovviamente mai più. Ma qualche settimana dopo uno di noi trovò, su una rivista, un suo articolo che si concludeva così (lo si può leggere oggi alle pagine 1686-93 del volume dei Meridiani):

Mai come in questi anni Milano pare scomparsa dalla ribalta della opinione, con i suoi giornali spenti o rassicuranti, e le sue notizie di cronaca nera o grigia. Ma una mutazione si sta producendo che non ha più bisogno della categoria culturale di «metropoli». Milano ha dissolto quel che rimaneva della sua identità. quel che si va lentamente formando è qualcosa che non può né intende chiamarsi con il nome di Milano, con i suoi echi. Questa città non è più un privilegiato teatro della esistenza sociale. Se mi si chiede di parlare a dei giovani è difficile che io abbia voglia di farlo entro la cerchia della circonvallazione. I tre o quattro ambienti che si propongono dichiarano tutti il loro volto ufficiale. Sono «spazi» (come li chiamano) buoni per tutti, tanto democratici quanto insipidi, come le tavole calde e quelle rotonde televisive. Meglio la piccola saletta di una libreria in Brianza, la biblioteca comunale di un comune della Bassa, l’aula di una scuola verso Treviglio o Mortara, il circolo di Cinisello Balsamo o di Cesano Maderno.

Non so perché, sicuramente con poco diritto, ma a tutti noi ragazzi presuntuosi di quel paese della cintura Nord di Milano sembrò che Fortini, quella volta, avesse parlato di noi.]

Davide Profumo
Davide Profumo
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