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un’eredità

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Trent’anni sono una generazione, forse di più. Trent’anni sono l’intervallo di tempo che mi fa entrare in una classe quinta liceo, in queste settimane, e dire con un certo orgoglio: «Leggeremo anche Sciascia, alla fine di quest’anno», come se fosse un incredibile tuffo nella contemporaneità, mentre per chi mi guarda, trentadue occhi nati nel 2002, alcuni nel 2003, è storia lontana, tanto quanto Leopardi, Verga, Carducci, Foscolo. Trent’anni sono infatti gli anni che sono passati oggi dal giorno in cui è morto Leonardo Sciascia, nel fatale anno 1989, e sono lo spazio lunghissimo che fa una generazione, forse due; per cui non è più contemporaneo quello che lo era per me, o per chi, come me, si ricorda il giorno di quella morte, perché aveva poco più di vent’anni.

E ciò rende davvero utile un piccolo bilancio, a mio parere, naturalmente parziale, naturalmente soltanto provvisorio, di quello che Sciascia è stato per la storia della letteratura e della cultura italiana, di quello che ha rappresentato, di quello che da lui abbiamo o possiamo ancora ereditare.

E si può dunque partire da qui, se avete tempo. Dalla serie (molto bella) di articoli che la rivista on line «Doppiozero» ha dedicato allo scrittore siciliano nel corso di quest’anno e che ora raccoglie in una sola pagina (la trovate qui), come se fosse un mosaico che ci restituisce un possibile profilo dello scrittore. E non perdiamoci, allora, l’articolo di Nunzio La Fauci sulla Parrocchie di Regalpietra, o le righe tormentate di Maria Rizzarella proposito dell’Affaire Moro (pensate a questo, per esempio: come si può far leggere questo vecchio pamphlet a un ragazzo di quinta liceo oggi? Quante cose gli si devono prima spiegare e raccontare? Quanta storia gli si deve far studiare?).

Oppure, se avete meno tempo, vi può essere utilissimo il piccolo ma acutissimo saggio pubblicato da Matteo Marchesini pochi giorni fa, su un quotidiano nazionale. È un saggio che racconta le parentele tra due scrittori diversissimi, come Sciascia, appunto, e Primo Levi , e le riconduce a una possibile matrice comune, al più travisato e scolasticamente maltrattato dei nostri romanzi, quei Promessi sposi su cui qualsiasi studente di qualsiasi scuola superiore italiana si è affannato ricavandoci poco o quasi nulla. È un gran bel saggio, quello di Marchesini (lo trovate qui); e potete leggervi questo bel passaggio, esemplare:

In una riflessione sui “Promessi sposi”, Sciascia si rifà a un saggio di Angelandrea Zottoli significativamente intitolato “Il sistema di don Abbondio”. Il curato sarebbe il centro della struttura di potere rappresentata da Manzoni. Don Abbondio, servo-padrone vittorioso, abita la zona grigia tra i soprusi spagnoleschi e il popolo. Non si prende i rischi dei signori in alto né quelli delle “genti meccaniche” completamente schiacciate in basso dalla loro forza. La viltà prepotente con cui si sottomette agli uni e la prepotenza vile che usa con le altre lo rendono invincibile: è come fatto d’acciaio, ma di un acciaio illimitatamente pieghevole. Secondo Sciascia, se alla fine del romanzo Renzo e Lucia abbandonano la loro terra malgrado non ci sia più don Rodrigo, è appunto perché rimane in piedi il suo “sistema”.

Ma forse è per il vostro figlio studente che siete finiti qui, alla ricerca di qualcosa che possa parlargli di Sciascia come Sciascia sa ancora parlare a noi, che lo ricordiamo vivo, che lo ricordiamo anche contradditorio, sempre controcorrente. Ecco, anche in questo caso c’è una bellissima cosa che potete fare sul web. La trovate qui: è la raccolta di tutti gli interventi televisivi dello scrittore siciliano che RaiPlay ha messo a disposizione sul sito della tv nazionale. Una serie di testimonianze davvero eccezionali (ne devo la scoperta a un articolo di Guido Vitiello, per sincerità), da cui emerge un profilo complesso, articolato, lontano da tutte le semplificazioni che inevitabilmente i trent’anni ormai passati hanno portato con sé. Era un intellettuale complesso, Leonardo Sciascia; non sarà sempre simpatico ai vostri figli o ai miei studenti, vedrete. Ha lasciato molte domande, quasi nessuna risposta, ha lasciato molti più dubbi di quelli che è tollerabile avere quando si pensa di avere ragione. Forse è a qui che partirò con gli studenti che sono in quinta quest’anno, da questi video (qualcuno li ha saggiamente [e manzonianamente]  intitolati “L’impegno della ragione”, lo farò notare ai giovani che avrò davanti); sperando che qualcosa si possa ancora capire, che qualcosa si sappia pur sempre ereditare.

Davide Profumo
Davide Profumo
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