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un’allegoria iraniana

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Raccontare i luoghi è sempre una delle più ardue imprese della scrittura; raccontarli dopo averci fatto una brevissima vacanza (sotto il mese è «brevissima», secondo me; «breve» è sotto i tre mesi, diciamo) non è solo difficile ma sfiora la presunzione, probabilmente. O è comunque quello che mi è capitato di pensare ogni volta che, tornato da un luogo, mi si chiedeva a vario titolo di raccontarlo, come se le poche immagini che ero riuscito a portarmi dietro potessero davvero farsi parole sensate e queste parole farsi deposito di un significato che io stesso sapevo di non aver ben compreso. Perché, di questo sono certo, con i luoghi non si scherza: a meno che, naturalmente, non si vada in giro in cerca del proprio specchio o dello specchio dei propri pregiudizi, che è in fin dei conti la stessa cosa. Ma che non è andare in giro, in nessun modo, se mi si permette l’apodittica affermazione.

 

E ora basta, insomma: ho già parlato molto. Ma tutto questo mi serviva per dirvi che in questi giorni mi ha molto stimolato il dibattito seguito a un post scritto da Giulia Innocenzi (la giovane giornalista che accompagnava le trasmissioni di Michele Santoro) a proposito di una sua recente «brevissima» vacanza in Iran. Tra le altre cose la Innocenzi scrive così:

 

Abbiamo viaggiato molto tutte e due, quasi sempre zaino in spalla, e una di noi ha visitato diversi paesi in Medio Oriente. Ma le esperienze che abbiamo vissuto in Iran hanno scioccato entrambe, e profondamente influenzato lo spirito della nostra vacanza. È per questo che abbiamo deciso di condividere, pubblicando questo post, l’esperienza di due donne che hanno viaggiato sole in Iran – dispiace dirlo, la Lonely Planet è stranamente molto carente su questo punto, e neanche su internet abbiamo trovato molto – così che saprete cosa potrebbe succedere, e decidere con coscienza se partire o no. O quantomeno: come evitare esperienze molto negative.

[…]

I bazar sono molto affollati, diventano quindi il paradiso per chi ama palpare il fondoschiena, in particolare delle donne (ma non esclusivamente!). Un uomo comincia a seguirti e a un certo punto ti tocca il sedere, per poi disperdersi nella folla. Per la prima settimana ci è successo tutte le volte che abbiamo visitato un bazar. Non può essere quindi un caso.

 

E poi prosegue, in modo coerente con questo inizio e con alcune interessanti considerazioni che ne valgono la lettura (così come le fotografie finali, un po’ così…). Il dibattito si è immediatamente acceso, è ovvio. Tra tutte (c’è anche questa, che vale sicuramente una lettura) ho trovato molto interessante (e pacatamente non superficiale) la risposta di un’altra giovane Giulia, riportata dal blog di Massimo Mantellini, la quale scrive anche così:

 

C’è già tanta disinformazione sull’Iran in particolare e sull’Islam in generale, non c’è certo bisogno di altro pressapochismo sul tema. Il maschilismo in Medio Oriente è un problema molto serio e la condizione della donna nelle società islamiche è estremamente complessa: il modo in cui lei tratta questi temi nel suo articolo è a dir poco riduttivo.

La cosa più grave che trapela dal suo articolo è la sua scars(issima) conoscenza dei principi basilari del relativismo culturale e del postcolonialismo: per dirla in parole semplici, quella sospensione del giudizio di fronte a realtà che non sono basate sui nostri stessi parametri logico-culturali che è l’unica risorsa possibile per approcciare senza pregiudizio realtà profondamente diverse dalla propria, per porre le basi di società inclusive e per superare posizioni xenofobe e razziste.

 

Insomma, un discorso molto attento (starei per dire: molto colto) che mi ha colpito e mi ha fatto tornare alla mente un libro molto bello che lessi quasi venti anni fa e che mi aveva insegnato molto. Scopro oggi che si trova ancora in commercio (meno male) e quindi mi pare bello che io possa segnalarvelo, anche se magari non vi sembrerà del tutto a proposito. E se invece aveste una serata libera e l’Iran fosse uno di quei luoghi che vi farebbe piacere sentire davvero ben raccontati, ecco, c’è un film che ho visto un paio di anni fa e che me ne ha consegnato un’immagine che io considero preziosa. Si intitola «Una separazione» e parla anche di condizione femminile, tra molto altro. A volte raccontare i luoghi è anche facile: ma bisogna un po’ amarli, credo io.

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Davide Profumo
Davide Profumo

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