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una via di Milano

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Ho abitato, non so più quanti secoli fa, in una strada di Milano che aveva ai miei occhi il non trascurabile pregio di incrociarne un’altra, assai più piccola, a mio parere imprevedibile, dedicata a un nome che allora non conoscevo: Gian Giacomo Mora.

Percorrevo a piedi quella strada più stretta diverse volte al giorno, perché era senza traffico, perché mi restituiva una Milano, negli anni Ottanta, improvvisamente provinciale, perché c’era un piccolo locale che si chiamava Berlin Cafe, o qualcosa di simile, in cui era bello fermarsi a bere un caffè, prima delle lezioni universitarie, o a bere una birra, dopo le lezioni universitarie, o un bicchiere di qualcos’altro, la sera, dopo cena.

Solo qualche mese dopo averla scoperta, ho scoperto anche chi era Gian Giacomo Mora, a cui la via era intitolata. E ho scoperto che, inconsapevolmente, in quei mesi, avevo più volte ripercorso i passi di uno dei due uomini innocenti (l’altro si chiama Guglielmo Piazza, era un barbiere, non ha nemmeno una via a lui dedicata) che furono condannati a morte, nel 1630 a Milano, in quanto untori della peste bubbonica che stava decimando la popolazione cittadina.

Oggi sono passati dei decenni e io, un anno sì e un anno no, leggo in una classe di studenti più o meno distratti la caccia all’untore raccontata da Alessandro Manzoni nel romanzo I promessi sposi. E spiego che gli untori non esistono, che l’ignoranza è radice di ogni male, eccetera, eccetera, eccetera, e poi suona la campanella. Ma oggi è di nuovo periodo di epidemie, e non manca chi (più o meno consapevolmente) sta già cercando un untore a cui affibbiare responsabilità. Ed è anche tempo di più o meno pretestuose discussioni sulle forme del processo e la sua durata e i diritti dell’accusato e la presunzione di innocenza e la durata della giustizia. Per cui, anche se il discorso è faticoso, mi è sembrato bello rievocare con un po’ di nostalgia quei miei passi in un quella piccola via di Milano (c’è ancora naturalmente; scopro con una certa emozione – grazie a Google Maps – che c’è ancora anche il Berlin Cafe, chissà come ci si sta, chissà cosa è diventato…) e tornare a pensare a uno dei libri che, anni dopo le mie brevi passeggiate, era destinato diventare una delle mie letture preferite (le strade dell’esistenza sono imprevedibili, più di quelle milanesi): la Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni. La lessi come un giallo, la prima volta; poi come un documento storico, la seconda volta; infine, la terza volta, l’ho letta come la testimonianza di ciò che continuamente siamo, appena ci distraiamo, appena abbiamo paura, appena l’interesse minimo della sopravvivenza prevale sulla morale. È quindi, questo, un invito a leggere tale piccolo libro, in questi giorni di epidemie e prescrizioni.

Ma è anche un invito a leggere le pagine che, a proposito di questo piccolo gioiello della nostra storia letteraria, ha scritto in quest’ultimo mese Virginia Fattori (trovate qui la terza e ultima parte, con i link alla prima e alla seconda). Una lettura che può essere introduttiva ed è senz’altro utilissima, per chiarezza e intelligenza critica. Per esempio quando scrive così:

Manzoni esplicita i meccanismi coercitivi attraverso i quali i giudici riuscirono nel loro intento, ovvero estorcere dai due presunti untori una loro ammissione di colpa. La confessione dei due imputati fu ottenuta grazie all’applicazione di metodi prima “leggeri”, come la reclusione e la mancanza di informazione, seguiti poi da domande incalzanti corroborate da varie torture fisiche. È acclarato inoltre che i giudici avrebbero avuto tutto il tempo e tutti i mezzi per ricercare la verità sui fatti, ma spinti dalla necessità di alleggerire le condizioni dei cittadini milanesi preferirono la scorciatoia delle armi del terrore.

O anche quando precisa così:

Alla fine di questa strada percorsa tra le strade di Milano […] è possibile affermare, in modo definitivo, che il caso degli untori fu a tutti gli effetti una congiura ordita dall’oligarchia milanese per mettere fine al malessere dei cittadini innanzi alle sofferenze che la peste aveva portato. Una strategia politica ed economica per liberarsi delle proprie responsabilità, sia nel portare la pestilenza in città sia per aver aggravato le condizioni sanitarie della stessa. Il Manzoni si ripropose e riuscì perfettamente nell’intento di raccontare quando accaduto a Gian Giacomo Mora e Guglielmo Piazza, due persone comuni condannate alla privazione del proprio spirito e della propria dimensione corporale ancora prima di essere condannate a morte e giudicate colpevoli.

Ma io credo che tanto i tre articoli quanto la piccola opera manzoniana valgano la pazienza di una lettura integrale, per cui mi fermo qui. E, se permettete, mi ritiro e ripenso un po’ al Berlin Cafe, che esiste ancora, mammamia, e a tutte le cose che esistono ancora e chissà quanto sono cambiate, nel loro esistere ancora, quanto invece sono rimaste uguali. Noi compresi, naturalmente

Davide Profumo
Davide Profumo
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