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una storia antichissima

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I libri si parlano tra di loro: è questa una delle prime scoperte che si rivelano a un lettore, appena sbrecciata la pallida superficie della lettura come puro intrattenimento. Le pagine di un libro parlano con le pagine di altri libri, i versi di un poeta parlano con i versi di un altro poeta, le sillabe di uno scrittore raccolgono e compongono sillabe di innumerevoli altri autori, poeti e scrittori. Come in un mosaico ogni volta ridisegnato.

 

E ce ne accorgiamo facilmente, allorché vediamo che dentro ai versi di Leopardi si agitano parole di Petrarca; così come dentro alle parole di Petrarca si celano espressioni dantesche; e dentro alle ritmate anafore dell’Alighieri ancora vibrano versi latini di Virgilio, entro i quali non è possibile non riconoscere lontanissime cadenze omeriche, terribili battaglie e interminabili navigazioni, che a loro volta pescano nelle parole di chissà chi, uno scrittore, o un poeta, o un aedo lontanissimo, magari lo stesso Orfeo,  o un qualunque altro dio della poesia, bellissimo, con la cetra in mano, in un’alba remota che non sappiamo né possiamo riconoscere e che però ancora ci appartiene, ricordo collettivo che risuona lontano in recentissimi versi.

 

Ma insomma, c’ è questa cosa che avevo voglia oggi di dire: che i libri si parlano tra di loro, a volte senza nemmeno saperlo. E che c’è un bel post, breve ed efficace, di Nunzio La Fauci a proposito di un’espressione, come un tradimento, che è centrale tanto in un passaggio del romanzo più importante di Primo Levi quanto in un momento del romanzo italiano dell’800 per eccellenza, I promessi sposi di Manzoni. Ed è un’espressione, come un tradimento, che associa vertiginosamente (nella nostra lettura) la partenza dei deportati in direzione di un destino terribile con il destino di un uomo malvagio, senza nome, in una notte in cui dovrà decidere di un’innocente, Lucia, del suo destino di donna perseguitata dal potere del maschio (lo dico così, ché si capisca bene). E Nunzio La Fauci scrive così:

 

Nel testo manzoniano è il vessatore che, per figura e nel suo animo, prospetta qualcosa come un tradimento: il lento avanzare della carrozza. Come un tradimento o (si premura di precisare l’attento narratore) “come un castigo”. Il tradimento è del resto nel contesto di un misfatto che egli ha compiuto e che si prepara a perfezionare. Tutto ciò, inoltre, in rapporto a un esperiente – l’innominato, appunto – di numero (e non soltanto di numero) singolare: un singolare intimo, risentito, personale. Nel testo di Levi, sono invece gli innocenti a sentirsi traditi dall’alba e il tradimento non è per figura. L’alba è infatti quel trascorrere dalla notte al giorno che è comunemente associato a un auspicio fausto e a una speranza. In ciò essa tradisce. E a tale sentire non spetta un esperiente singolare. Si sentono e sono traditi dall’alba del giorno della deportazione, tutti insieme, gli ebrei del campo, senza eccezione alcuna: agnelli che in gregge non vanno al castigo ma, senza spiegazione, verso il mattatoio.

 

E ha naturalmente ragione lui, La Fauci, anche nelle precise e limpide parole che seguono: il discorso letterario (qualunque discorso, in realtà) non può ridursi a semplice prestito di parole, per quanto suggestivo tale prestito possa superficialmente apparire; e a Levi “…sarà forse capitato di avere nell’orecchio le tre parole di Manzoni…”, ma nient’altro.

 

E però, mi prendo ancora una licenza, dalla consapevole parte del torto: per dire che sì, è vero, non c’è rapporto tra le due narrazioni, è davvero impossibile che ci sia. Ma ci siamo noi che le leggiamo: ed è in questo che soprattutto i libri parlano tra di loro. Nel nostro leggerli, nel nostro riconoscerne le parole, nel nostro ascoltarne le cadenze ritmate, i libri e i versi delle poesie trovano relazioni imprevedibili, con noi e con le parole di altri, che non siamo noi. Siamo noi che leggiamo a stabilire queste relazioni, siamo noi a sentire l’innominato manzioniano che si agita dentro l’innominabile leviano, a tessere i fili, a muovere le sillabe del mosaico, a far parlare i libri tra di loro, a farci raccontare una storia ben più antica di noi e di loro. Così, io credo, succedeva molti anni fa, mentre Orfeo cantava il suo amore impossibile e le bestie feroci ne ascoltavano il lamento, e si commuovevano.

Davide Profumo
Davide Profumo
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