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una siepe, un muro, un ponte, la luna

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Accadono fatti, mentre cerchiamo di capire, e ci aiutano forse a capire. Oppure accadono fatti e non ce ne accorgiamo, e non siamo capaci di interpretarli, e quando ce ne accorgiamo sono passati anni, trent’anni magari, oppure duecento anni, o anche ventisei anni, non so, oppure soltanto due giorni, e noi non abbiamo ancora capito, oppure fingiamo con forza di avere capito per non sprofondare.

Per esempio, due giorni fa è morto Remo Bodei. E allora ho dovuto ripensare ai libri belli che ho letto di Remo Bodei, al paio di occasioni in cui l’ho sentito raccontare e provare a spiegare qualcosa e poi mi sono imbattuto in necrologi ed elogi e memorie di chi lo ha conosciuto davvero e letto assai meglio di me. Fino al momento in cui mi sono scontrato con un articolo (che non avevo mai letto e che trovate qui) di Remo Bodei stesso, a proposito di Giacomo Leopardi e l’ho trovato illuminante e ho pensato che abbiamo perso davvero un grande interprete (e che è sempre e soltanto di interpreti che abbiamo bisogno, di tutto il resto, lo penso davvero, possiamo fare a meno:

L’errare, il vagare, il perdersi e il naufragare sono i tratti distintivi non solo dell’illusione, ma della bellezza nella sua non immobile forma. Menzionare le «vaghe stelle dell’Orsa» o «il pastore errante» conferma – sin troppo facilmente, una volta accertata l’ipotesi – che tutti questi sistemi di immagini costituiscono, insieme e inseparabilmente, la cangiante fisionomia della bellezza e dell’indefinito. Se si preferisce: della bellezza in quanto nomadico vagare nell’indistinzione dello «spazio immaginario» che si genera dal tagliente bordo dei limiti e dalla rete non chiusa dei rinvii tra il determinato e l’indeterminato. In questo senso, entro l’ambito dell’immaginazione, la poesia è appunto quella che desta emozioni vivissime, riempendo l’animo di idee vaghe e indefinite proprio a partire da ciò che è preciso, definito.

Ed era questo (lungo, difficile, intricato, complesso) (ma anche entusiasmante, intelligente, francamente bellissimo) l’articolo che volevo proporvi oggi. Ma un fatto tira l’altro, naturalmente, così come anche una interpretazione tira l’altra, e anche una ricorrenza tira l’altra, e tutto tira in direzione di non sappiamo cosa. E pensare ai duecento anni che compie in questi giorni L’infinito di Leopardi mi ha fatto pensare ai trent’anni che compie lo squarcio del muro che divideva l’Europa e divideva Berlino (e chissà quante cose avete letto in questi giorni su questo fatto, chissà se qualcuno lo ha già paragonato alla siepe di Leopardi, quel muro che impediva a loro di vedere al di qua, dove stavamo noi…) E mi è quindi piaciuta un’intervista (la trovate qui) che di quell’evento ci racconta gli antecedenti e un po’ di contorno e alcuni particolari che avevo dimenticato o forse mai saputo.

Ma c’è anche un altro fatto, però, un altro luogo, un’altra ricorrenza (tutto ricorre, tutto in direzione ignota). Perché quattro anni dopo la caduta di quel muro, che significò unione e fratellanza, soltanto quattro anni dopo, e non mi pare che in molti lo abbiano tra ieri e oggi ricordato, fu invece abbattuto un ponte, che è il contrario di un muro, proprio lo stesso giorno, proprio il 9/11 (che è parente dell’11/9, ma questo è forse un altro discorso), che era il ponte di Mostar, simbolo di tante altre cose che è un po’ inutile qui ricordare.

La storia, oltre a ripetersi, si contraddice anche, insomma. E noi rimaniamo sperduti davanti alle macerie di quel che essa crea e ed essa distrugge, usando le nostre mani. E siamo ancora lì, leopardianamente, sotto la stessa luna, a chiederci il senso di questo costruire e distruggere, a farci del male e cercare di riparare al male che ci siamo fatti. E nessuno ci risponde, la luna resta muta anche se l’abbiamo nel frattempo toccata, vaghiamo sempre sulle stesse strade insensate, gli incroci e le date ricorrono e si rincorrono, le ginestre rifioriscono.

Davide Profumo
Davide Profumo
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