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una passeggiata

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Forse perché ho letto romanzi e racconti di ogni genere fin da quando ero bambino; o forse perché non sono portato per nessuna specie o forma di «sacralizzazione», misero me; o piuttosto, più probabilmente, perché non capisco, non ho mai capito e non capirò quindi mai l’elemento essenziale della discussione, il punto del problema, il cuore della questione: ma io, insomma, non credo che leggere libri sia di per sé un’attività buona e giusta; o che renda persone migliori; esattamente perché ne ho letti molti e non sono affatto diventato una persona migliore, per esempio.

 

E dunque non sono mai riuscito ad avere quell’idolatria per i libri che tanti, stimabilissimi peraltro, critici e letterati in voga o semplici lettori hanno avuto e hanno («i libbri», pronunciati con la solennità che si riserva agli dèi). Non mi emoziona nemmeno l’odore della carta, sinceramente. E ne posseggo tanti, di libri, ma ne ricordo pochi, pochissimi (e quei pochi non smetto di amarli, ovviamente… ma è un altro discorso, già fatto altre volte). E pertanto non riesco a scandalizzarmi quando miei studenti liceli (magari bravissimi) non leggono libri: perché, mi dico sempre non è l’oggetto-libro che conta, ma piuttosto quale libro stai leggendo; ed è meglio guardare un bel film che leggere un libro brutto; o dedicarsi a una bella serie tv o anche a un bell’articolo letto sullo smartphone, in piedi, in mezzo all’autobus.

 

Ma, ancora di più, è importante il come secondo me. Anzi esagero: conta solo il come. Come si legge, con quale spirito critico, secondo quale intento interpretativo, cercando di capire cosa e perché. Tanto che, mi dico a volte (nei momenti di massima gioia esistenziale), una passeggiata ben fatta in riva al mare è più istruttiva di un libro semplice letto perché è scorrevole e divertente. Ed è più difficlle, è complicato e difficilissimo (anche questo l’ho imparato a mie spese) fare una passeggiata ben fatta in riva al mare (e capire quello che ci circonda) piuttosto che leggere un libro scemo come ce ne sono tanti.

 

Per questo, quindi, mi piace proporvi oggi due articoli della stessa rivista (ma di autori diversi) che in qualche modo riescono a raccontare questa cosa (questa incapacità di idolatrare i libri) che io non sarei capace di esprimere se non confusamente, come tutto il resto (nemmeno a questo mi è servito leggere tanti libri, miserrimo me). E il primo (lo ha scritto Demetrio Paolin, molto bravo) dice la cosa più semplice di tutte, quella che passeggiando in riva al mare mi sto dicendo anch’io da un po’ di tempo. Questa:

 

Leggere un libro non rende né migliori né peggiori. Lo so che questa cosa sembra sconvolgente ma è così; accettarla sarebbe un primo passo in avanti. Leggere un libro non è un’avventura, non è un viaggio, non è esperienza bellissima e unica, ma è solo aprire un testo scritto da un autore, redatto e corretto da una serie di figure intermedie (editor, correttori di bozze e grafici), pubblicato da una casa editrice, distribuito e infine venduto da un libraio. Le parole che sono scritte dentro questo libro raccontano storie o ci forniscono saperi e conoscenze che non conoscevamo e quindi non ci rendono migliori, ma al massimo modificano in qualche modo ciò che non sappiamo del mondo o della nostra vita interiore.

 

E poi ne dice tante altre, di cose, quasi tutte importanti e quasi tutte condivisibili (ce n’è una nel finale, che non condivido, ma pazienza… è bello anche così). Ma se lo avete letto già tutto e vi è piaciuto, ho un altro articolo che potrebbe fare per voi. Lo ha scritto Dario De Marco, ed è una recensione a un romanzo che nemmeno ho letto, che non ho nemmeno ancora comprato (però è in una delle mie liste-desideri di Amazon, questo lo posso rivelare). Eppure, a parte il libro (che sembra essere molto bello), la recensione è in sé molto istruttiva; e completa l’articolo di prima, perché in fondo ci spiega un’altra cosa che dovrebbe essere, a mio avviso, ovvia. Questa:

 

… «restiamo umani». Umani come chi, scusa? Come i negrieri che caricavano sulle navi milioni di schiavi, sapendo che ne sarebbero sopravvissuti metà della metà, e ciononostante calcolando l’affare ancora conveniente? Come i torturatori dell’Inquisizione? Come quelli che rapiscono una ragazza e la tengono in cantina per vent’anni? Non sono umani quelli? Sì, proprio come noi. E allora, se dobbiamo farcene carico, è proprio tramite l’immaginazione, la letteratura, che possiamo. Ecco, che cosa leggiamo a fare. Per non ignorare il male.

 

Insomma, avete capito, non mi dilungo più e vi lascio alla vostra domenica, che mi auguro sarà splendida. Io, per quanto mi riguarda, mi dedicherò a un’attività complessa e faticosa: farò una passeggiata e cercherò di capire quello che vedo intorno a me. Ma sarà troppo difficile e, come al solito, non ci riuscirò.

Davide Profumo
Davide Profumo
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4 Comments

  1. Marzia ha detto:

    Io leggo, con difficoltà causa pigrizia, perché leggere amplia il proprio vocabolario linguistico. Per usare aggettivi, verbi, termini in generale appropriati nel parlare o nello scrivere.
    Perché spesso non mi vengono le parole, mentre ci sono….

    • Davide Profumo ha detto:

      E’ un ottimo motivo, infatti. Come ci sono diversi altri buoni motivi, secondo me (si cerca una grammatica dei propri sentimenti, spesso, nella lettura). Ma pure gli strumenti sono tanti altri, non è questione di “libri”: questo cercavo di dire, questo dice benissimo l’articolo di Paolin.

  2. Stefania S ha detto:

    I libri, per fortuna, fanno sempre qualcosa, nel male o nel bene. È l’astensione dai libri che crea drammi, soprattutto se si cerca solidarietà tra gli astenuti. Astenuti per i quali incombe il baratro della rete, dove il virus della profilazione rende sempre più autoreferenziali, e soli. Ben venga un cattivo libro, quindi, che mi insegni a reagire, magari pure a disprezzare, mi disgusti al punto da risvegliarmi, con una sana vomitata, dall’ipnosi di massa.

    • Davide Profumo ha detto:

      Il cattivo libro (parere mio, gemtile Stefania) non disgusta, anzi: consola. Magari disgustasse… Mi pare quasi peggio della cosiddetta bolla autoreferenziale della rete: il cattivo libro (ma il libro facile e scorrevole ancora di più di quello cattivo) ci fa credere di essere nel giusto, sempre; ci conforta nelle poche opinioni che magari abbiamo, non ci mette in discussione, non ci pone dubbi, ci atrofizza sulle nostre comode e facili certezze. Il problema è piuttosto che non sappiamo quanto un libro sia buono o cattivo se non prima di averlo aperto e di leggerlo; per questo io, per esempio, ho la casa piena di libri brutti e inutili. Poi, per fortuna, ne ho anche alcuni straordinari. Per quelli (benché pochi) valeva lo sforzo di leggere anche tutti gli altri, è ovvio.

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