Come l’autore del post che segnalo oggi, poco più sotto, anche io frequento la lingua e la letteratura degli scrittori latini da molti anni, con soddisfazione e con una certa passione; abbastanza insomma per essermici scavato un piccolo rifugio, forse un nido, un riparo che mi fa sentire a casa in mezzo ai libri e alle loro parole; e quindi, probabilmente come lo stesso autore del post di cui sotto, anch’io sono affezionato alle sillabe che frequento e scandisco e traduco da molti decenni, e non sono disposto a rinunciarvi e nemmeno barattarle con (quasi) nulla [ma in quel quasi, lo sapete, sta tutta, proprio tutta, la verità di un essere umano come io sono… nelle domande che quel quasi, per il solo fatto di esserci, pone a me e a chi mi sta intorno: nel senso che io sono intimamente quel quasi che forse nega tutto il resto: tutte le mie passioni, i miei desideri, le mie convinzioni, le mie certezze, le mie quasi-verità), ecco, dicevo, il latino e le parole dei classici sono casa mia, la mia patria, le difendo sempre, le proteggo, le proteggerò.

 

E però, oggi, temo che abbia del tutto ragione l’autore del post che ora davvero segnalo appropriatamente, che si chiama Nunzio La Fauci e che scrive a un certo punto così:

 

Del resto, proprio oggi e “in exitu”, latino e greco antico mostrano di avere una loro modesta e paradossale utilità. Servono a vendere qualche libro e alimentano una letteratura in quella chiave etico-elegiaca con cui ci si esprime a proposito di valori perenti, di memorie perdute e di cari estinti. Nel bacino d’utenza, soprattutto coloro che, della cultura, hanno per retaggio scolastico una visione edificante e considerano la decadenza culturale tema di bruciante attualità. Dimenticano forse che la crisi è lo stato perenne della cultura.

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Davide P.
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