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«una menomissima parte dell’universo»

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Non so se faccio bene, forse no, forse dovrei evitare. Ma decido (ho già deciso) oggi di parlare del gelo che ci circonda (metaforico il gelo, ma non solo) e quindi rinuncio a parlare esplicitamente di libri e di poesie e provo a dare parole concrete alla nuvola di sensazioni che ogni mattina mi avvolge, quando scivolo con cautela e minimo spavento fuori dal mio letto.

(Sto parlando della pandemia, lo so. E non dovrei farlo, lo so, non qui dove voi siete medici e io quasi-letterato: non ha senso, non l’ho mai fatto, non volevo nemmeno oggi. Ma ci sono un paio di parole, non mediche, che volevo scrivere, mi scuserete.)

La prima delle due parole è leopardiana, l’ho letta qui, mi ha parzialmente e convinto. Dice che siamo parte della Natura, anzi: «essenzialissima» parte della Natura. E che non si può parlare noi della pandemia, del virus, della vita mortale se non si tiene ben conto di questa nostra essenzialità: non siamo noi, non siamo noi e basta, siamo un pezzo minuscolo di qualcosa di altro.

Lo dice bene Carla Benedetti, autrice dell’articolo, così:

«Gli uomini – spiega Leopardi – sono a’ miei occhi quel che sono in natura, cioè una menomissima parte dell’universo». I pensatori del suo tempo (e in parte anche del nostro) erano infatti più propensi a considerare l’uomo in società, cioè a osservarlo esclusivamente all’interno delle relazioni che l’uomo stesso ha creato, relazioni per l’appunto sociali, culturali, economiche, di potere. Queste relazioni sono ovviamente molto importanti anche per Leopardi, e le sue continue e illuminanti riflessioni sulle società e sui rapporti tra gli uomini ne sono la prova, ma non esauriscono il tessuto di relazioni in cui è preso l’uomo in quanto vivente. C’è un tessuto più vasto, che ha a che fare con il corpo, con la biologia, gli impulsi, le malattie, le reazioni chimiche, le forze animate e inanimate sia del pianeta (i vulcani, i terremoti, le pestilenze) sia del cosmo. La sua è evidentemente una prospettiva non antropocentrica, che non poteva non scontrarsi con le ideologie dominanti nel suo tempo, infatuate di progresso, e che vedevano la civiltà, la scienza e la ragione umana in costante ascesa.

La seconda delle due parole è meno letteraria e più contemporanea. La trovate in questo interessante post dello psicoanalista Giuliano Castigliego, che parla della nostra «arma di difesa» (è questa la parola, arma) contro il virus, contro la pandemia, contro le restrizioni, contro la sofferenza che questi interminabili mesi ci stanno infliggendo, contro gli altri, che usano armi diverse dalle nostre.

Siamo un’arma, ognuno la sua arma, non riusciamo a vedere altro che la nostra arma. L’ho pensato tante volte anch’io, in queste settimane.; l’ho trovato oggi splendidamente scritto da lui, qui:

Dopo due anni di incertezza, di sacrifici e spesso di dolore, dopo la speranza che tutto andasse bene, la constatazione che molto è andato male, dopo la rinnovata illusione che l‘Italia fosse per la sua ottima campagna vaccinale d’esempio per l‘Europa, siamo, come tutti gli altri paesi europei meno vaccinati e meno prudenti di noi, invasi da Omicron e di nuovo con il culo per terra. Che parole possono uscire allora dalle nostre bocche stanche se non di rabbia e di desolazione? Se fino a qualche settimana fa l’aggressività si rivolgeva ancora compatta contro un nemico comune, i no-vax, rei della mancata definitiva vittoria sul virus, in cui ancora però speravamo, ora ognuno va per conto proprio alla caccia del suo personale nemico con le proprie armi. Ognuno che abbia un po‘ di dimestichezza con i temi e i numeri della pandemia – e ormai l’abbiamo tutti – ha nel frattempo trovato il proprio cavallo di battaglia per sconfiggerla o comunque alleviarne gli effetti: lo smart working, la ventilazione nelle scuole, i test attendibili, le statistiche vere, le mascherine di un certo tipo, il ripristino del diritto individuale, dell’umanità sull‘ economia, l’accesso alla psicoterapia per tutte/i quelli che ne hanno bisogno – questo, se non si fosse capito, è il mio). Tale cavallo di battaglia non è solo il nostro argomento preferito, quello con cui ci facciamo belli agli occhi degli altri, ma rappresenta anche il nostro inseparabile orsacchiotto di peluche, la nostra coperta di Linus (il nostro oggetto transizionale, direbbe la psicoanalisi).

Ecco, ho finito. E ho parlato a voi medici di medicina, come forse non avrei dovuto. Ma se avete letto con attenzione, e se vi ricordate un po’ dell’inarrivabile bellezza di quella poesia leopardiana che si intitola La ginestra, ecco, forse, mi scuserete facilmente. Perché avrete ben capito che solo in apparenza ho parlato di questioni mediche: ho invece parlato solo di poesia, anche oggi, di quella di Giacomo Leopardi, in particolare. Che non conobbe la pandemia ma la malattia, perfettamente; e seppe meglio di molti di noi le parole per dirla.

Davide Profumo
Davide Profumo
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