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una lontanissima voce

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Forse la notizia culturale del 2019 è che non faccia notizia un inedito di Arthur Rimbaud. Lo scrive Andrea Amerio, ci gira un po’ intorno, ci scherza un po’ su, fa un po’ di smorfie, ma alla fine pare che sia quella la vera novità culturale di una presuntamente autentica lettera finora sconosciuta del poeta «veggente», del bimbo prodigio del maledettismo europeo: il suo non fare più alcuna notizia. Ecco:

 

Tutto ciò che ci è dato sapere: l’origine, il contesto, il destinatario, e poi la riproduzione che mostra le caratteristiche uniche della calligrafia e poi, soprattuto, il tenore e lo spirito della lettera, – insomma tutto tranne le perizie scientifiche lascerebbero supporre l’autenticità del documento. Ad oggi però (27 gennaio 2019) secondo il mio motore di ricerca rotto la notizia non pare abbia entusiasmato le pagine cultuali italiane e, in proporzione alla rilevanza della scoperta, nemmeno la vasta comunità scientifica e la non meno insigne platea degli appassionati estimatori o adepti del poeta. Scarsissima attenzione anche a livello internazionale. Al di fuori dei circuiti ultra specialistici la notizia è praticamente passata sotto silenzio e tra periodici, inserti e pagine culturali, non ho letto nessun approfondimento a proposito. Un brevissimo trafiletto su «Repubblica» dello scorso 22 ottobre informava: “Parigi: Ritrovata lettera di Rimbaud”.

 

Però la lettera c’è, esiste, è riportata in coda a questo stesso articolo, insieme alla necessaria (per alcuni, tra cui io) traduzione in italiano, riporta la stupefacente data del 16 aprile 1874. Ci racconta di un passato in cui era difficile guadagnarsi il pane con le parole della scrittura, in cui si doveva chiedere, salire e scendere l’altrui scale, ci racconta insomma di un mondo non così distante e diverso dal nostro. O forse, invece, tanto distante, troppo distante: tanto che non ci incuriosisce nemmeno e non lo ascoltiamo più. E che la voce di Arthur Rimbaud, il poeta ragazzo che fuggì di casa sedicenne immaginando per se stesso un destino di veggente e inventando il colore delle vocali, ci sembra remota, un’eco indistinta di un mondo che è difficile riconoscere, una voce lontanissima.

Davide Profumo
Davide Profumo
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