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una fedeltà

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La letteratura è incontro, dico spesso a chi benevolmente mi ascolta. Prendete una poesia bellissima, nascondetela sotto terra, dove nessuno la potrà mai leggere, e non sarà più letteratura, nemmeno se fosse la poesia più bella che è mai stata scritta. La letteratura è infatti l’altro, dico a chi mi capita. Senza l’altro non c’è racconto, non c’è sguardo che ci ascolta, non c’è cenno del capo né sorriso che ci inviti dolcemente a proseguire, non c’è indulgenza né comprensione per la nostra storia, la storia che vogliamo ascoltare o raccontare. Per l’ennesima volta, magari.

La letteratura sono le storie degli altri che abbiamo la voglia e la grazia di stare ad ascoltare. Magari per scoprirci come loro, per provarci, per capire che l’altro non è così diverso da noi, per essere insomma anche un po’ meno soli, nei migliori momenti, quando si può. Ecco perché io penso che siano le storie più ancora dei numeri a doverci, oggi e domani, raccontare quello che sta accadendo intorno a noi e alle nostre vite sotto vuoto, intorno al recinto che ci siamo costruiti e che, da qualche parte, stiamo anche circondando di filo spinato e di sguaiate parole d’ordine e di fucili.

Ho letto stamattina questo post scritto da Giorgio Fontana e non volevo lasciare che mi passasse negli occhi senza lasciare traccia di sé. Ho pensato che, per quello che vale, lo avrei segnalato qui. Lo segnalo quindi e lo cito ampiamente, perché è un post importante, a mio parere, che dice cose importanti:

 

Da bambino sognavo che esistesse una macchina del dolore. Un aggeggio che consentisse, per pochi istanti, di provare concretamente le sofferenze altrui — specie quelle che mi apparivano più remote: il freddo, la fame, la tortura. Cosa sente un corpo quando viene ridotto all’impotenza? Potevo vederlo alla televisione. Lo leggevo nelle mie prime avventure attraverso le pagine. Ma ero sicuro di comprenderlo veramente? […]
Poi sono diventato grande, e mi sono trovato a che fare con le parole. Un mezzo certamente molto potente, e nel quale nutro grande fiducia. Ma limitato, e a volte carico di menzogna. Pensate solo a ciò che diventa un essere umano in fuga dall’Eritrea, o dal Sudan, o dall’Afghanistan, quando tocca le coste dell’Europa: un irregolare, un clandestino. Subisce una sorta di trasformazione — e basta qualche sillaba. Del resto su questo non ho mai avuto dubbi: il potere, anche il potere lessicale, è qualcosa di estremamente pericoloso.
Cosa opporre allora a tutto questo? Qual è la nostra macchina del dolore? Le storie, forse.
Le storie sono ciò che ci impedisce di ridurre questa immensa tragedia a un mucchio di concetti e numeri: le storie liberano le parole dalla loro banalità e dalla loro imprecisione.

 

Ma se l’incontro è immedesimazione, ecco, c’è un piccolo esperimento che ci stanno invitando a fare, da un’altra pagina di un altro luogo. Lo ha pensato e ha provato a spiegarlo Mafe de Baggis e alle sue parole vi rimando, perché di nessuna aggiunta hanno bisogno:

 

Nei prossimi giorni, quando avrai un po’ di tempo libero, preparati per una lunga camminata. Non serve molto: abiti adatti al clima, meglio se traspiranti, scarpe comode, uno zaino in cui mettere tutto quello che ti può servire lontano da casa.
Carica il telefono, prendi un po’ di soldi, un documento, una carta di credito, una bottiglia d’acqua, una barretta e un frutto; se non hai voglia di fermarti a mangiare per strada preparati un panino. Esci di casa e raggiungi il posto da cui partire, va benissimo anche se ci vai in auto o con un qualsiasi mezzo. E poi fai il primo passo e cammina, cammina finché non sei stanco.
Non è importante quanta strada fai, non importa quanto vai veloce e puoi fermarti quando vuoi, ma è importante che tu vada un po’ più lontano di quello che per te è normale…

 

E poi, finalmente, la storia, quella che fa letteratura. L’ha raccontata Giovanni nel suo diario da Katsika, io ve ne riporto soltanto un piccolo tratto, un accenno. perché vi venga voglia di andare e leggerla tutta (è così breve e importante…) e guardare le foto, che sono così belle. È la storia di un uomo che si chiama Gamal:

 

Ha 52 anni, faceva il giardiniere in Siria, a Homs, dove curava due ettari di terreno. Sua moglie è in Germania, e lui ha provato a raggiungerla. La polizia albanese l’ha beccato, ed è tornato a Katsika. Ora non può più provarci…

 

Infine, per chiudere, torno alle parole di Giorgio Fontana, il quale chiude il suo pezzo (bellissimo) così, citando Camus:

 

Restare fedeli alla bellezza e agli oppressi: non conosco modo migliore per dire quello che siamo chiamati a fare, di fronte a chi si mette in viaggio.

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Davide Profumo
Davide Profumo
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