Può darsi che alcuni di noi, ieri mattina, abbiano avuto un moto di stupore nel sentire il nome di Giorgio Caproni associato alla prova di scrittura dell’esame di Stato degli studenti diciannovenni. È normale, penso io. È normale proprio perché la poesia, dagli anni Ottanta in poi, si è quasi nascosta, rannicchiata in un angolo del mondo, rintanata, magari anche scacciata e spaventata da noi, quelli che dovrebbero invitarla a uscire e invece preferiscono leggere altro, chissà come mai.

 

Eppure Giorgio Caproni non avrebbe dovuto stupirci. Perché è uno dei più grandi poeti della seconda metà del secolo scorso (uno dei quattro o cinque più grandi) e la metà del secolo scorso è passata da quasi vent’anni, e quindi, se il nome di Caproni ci stupisce, il torto in qualche modo sarà nostro. Non degli studenti che non leggono, ma di noi adulti che leggiamo tutt’altro, penso io.

 

Ma i torti letterari sono per fortuna assai poco importanti; e soprattutto sono torti a cui è sempre molto facile rimediare. E quindi, per rimediare al nostro torto, ho pensato di fare cosa gradita proponendo qui le prime strofe di alcune poesie di Caproni che io amo particolarmente, invitandovi a leggerle tutte, se avete tempo, oppure anche soltanto queste, per intero, seguendo i link, se siete schiacciati da una quotidianità molto prosaica (ci succede, lo sappiamo).

 

La prima poesia parla di Genova, una delle mie città di elezione, e quindi non poteva che essere la mia preferita. È molto lunga, si intitola Litania, e inizia così:

 

Genova mia città intera.
Geranio. Polveriera.
Genova di ferro e aria,
mia lavagna, arenaria.
 
Genova città pulita.
Brezza e luce in salita.
Genova verticale,
vertigine, aria scale.
 
Genova nera e bianca.
Cacumine. Distanza.
Genova dove non vivo,
mio nome, sostantivo.
 
Genova mio rimario.
Puerizia. Sillabario.
Genova mia tradita,
rimorso di tutta la vita.
 
Genova in comitiva.
Giubilo. Anima viva.
Genova in solitudine,
straducole, ebrietudine.
 
Genova di limone.
Di specchio. Di cannone.
Genova da intravedere,
mattoni, ghiaia, scogliere.
 
Genova grigia e celeste.
Ragazze. Bottiglie. Ceste.
Genova di tufo e sole,
rincorse, sassaiole…

 

Poi ce n’è un’altra, che piace sempre molto ai miei studenti (quando mi capita di farla leggere), si intitola Congedo del viaggiatore cerimonioso, e inizia così:

 

Amici, credo che sia
meglio per me cominciare
a tirar giù la valigia.
Anche se non so bene l’ora
d’arrivo, e neppure
conosca quali stazioni
precedano la mia,
sicuri segni mi dicono,
da quanto m’è giunto all’orecchio
di questi luoghi, ch’io
vi dovrò presto lasciare.
 
Vogliatemi perdonare
quel po’ di disturbo che reco.
Con voi sono stato lieto
dalla partenza, e molto
vi sono grato, credetemi
per l’ottima compagnia.
 
Ancora vorrei conversare
a lungo con voi. Ma sia.
Il luogo del trasferimento
lo ignoro. Sento
però che vi dovrò ricordare
spesso, nella nuova sede,
mentre il mio occhio già vede
dal finestrino, oltre il fumo
umido del nebbione
che ci avvolge, rosso
il disco della mia stazione…

 

Molto bella, a mio parere, è anche quella che si intitola Ultima preghiera, in cui compare Livorno che, insieme a Genova, è la città a cui Caproni ha dedicato tanti dei suoi versi:

 

Anima mia, fa’ in fretta.
Ti presto la bicicletta
ma corri. E con la gente
(ti prego, sii prudente)
non ti fermare a parlare
smettendo di pedalare.
 
Arriverai a Livorno
vedrai, prima di giorno.
Non ci sarà nessuno
ancora, ma uno
per uno guarda chi esce
da ogni portone, e aspetta
(mentre odora di pesce
e di notte il selciato)
la figurina netta,
nei buio, volta al mercato…
 

E infine di nuovo Genova. In un testo che si intitola L’ascensore e che io, per ragioni troppo lunghe da spiegare adesso, ho imparato ad amare soltanto l’anno scorso. Comincia così:

 

Quando andrò in paradiso
non voglio che una campana
lunga sappia di tegola
all’alba d’acqua piovana.
 
Quando mi sarò deciso
d’andarci, in paradiso
ci andrò con l’ascensore
di Castelletto, nelle ore notturne,
rubando un poco
di tempo al mio riposo.
 
Ci andrò rubando (forse
di bocca) dei pezzettini
di pane ai miei due bambini.
Ma là sentirò alitare
la luce nera del mare
fra le mie ciglia, e… forse
(forse) sul belvedere
dove si sta in vestaglia,
chissà che fra la ragazzaglia
aizzata (fra le leggiadre
giovani in libera uscita
con cipria e odor di vita
viva) non riconosca
sotto un fanale mia madre…

 

Ecco allora: il torto è rimediato. Sapete chi è Giorgio Caproni e avete letto alcune sue poesie. Tutte le altre le trovate in questo bel libro: a volte basta poco per avvicinarsi alla poesia e scoprire un mondo che se ne stava, chissà perché, spaventato e rintanato in un angolo, per colpa (io credo) anche un po’ nostra.

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Davide P.
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  1. a volte un piccolo editore | ATBV - 25 giugno, 2017

    […] letteratura degli ultimi cento anni (e senza di lui, che si chiamava Guido Gozzano, non ci sarebbe nemmeno Giorgio Caproni, secondo me). Il libro lo trovate presentato qui, da Delia Morea; e forse varrà la pena di […]

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