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un grido

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Mi piacerebbe, oggi pomeriggio, sapervi dire qualcosa del Ceronetti che nel corso degli anni ho prima ignorato, poi mal compreso e infine, soltanto in tempi recenti, amato (e letto con una certa insensata premura, anche); mi piacerebbe ma da molto tempo non mi sento più capace di trovare parole che non siano parole altrui, anche per esprimere la mia ammirazione (o la mia semplice tristezza, visto che ho saputo oggi che Guido Ceronetti è morto). E quindi, non sapendo fare altro, rimando a un giorno tra i prossimi le parole che cercherò (e troverò) su Ceronetti e la sua bruciante parola letteraria. E proietto su altri due scrittori, su altre voci di grandi poeti quello che da solo non so dire. Proprio perché non lo so dire.

 

Proietto su Ludovico Ariosto, per esempio, come già altre volte in questi anni. E in particolare sul debito immenso che ho sempre riconosciuto procedere da lui, inquieto e allarmato poeta del Rinascimento, fin dentro i romanzi di Italo Calvino, finto romanziere di una inesistente leggerezza novecentesca. E che oggi riconosco in queste parole, riportate qui:

 

La società si manifesta come collasso, come frana, come cancrena (o, nelle sue apparenze meno catastrofiche, come vita alla giornata); e la letteratura sopravvive dispersa nelle crepe e nelle sconnessure, come coscienza che nessun crollo sarà tanto definitivo da escludere altri crolli […] L’umanesimo del nostro tempo accetta la sfida del terrore che gli lancia l’epoca dei bombardamenti atomici, dei campi di concentramento, delle camere di tortura che ancora in questo momento, in altre parti del mondo, risuonano nelle urla dei suppliziati, l’umanesimo del nostro tempo si sforza di non chiudere gli occhi di fronte alle immagini peggiori e di tenersi in piedi stringendo i denti […]Tra tutti i poeti della nostra tradizione, quello che sento più vicino e nello stesso tempo più oscuramente affascinante e Ludovico Ariosto, e non mi stanco di rileggerlo. Questo poeta cosi assolutamente limpido e ilare e senza problemi, eppure in fondo cosi misterioso, cosi abile nel celare se stesso; questo incredulo italiano del Cinquecento che trae dalla cultura rinascimentale un senso della realtà senza illusioni, e mentre Machiavelli fonda su quella stessa nozione disincantata una dura idea di scienza politica, egli si ostina a disegnare una fiaba…

 

Ma più ancora, come altre volte, proietto il mio confuso sentire nelle parole che leggo di Franco Fortini, che paradossalmente detestava (o comunque non amava affatto) Ariosto e lo relegava nel suo personale limbo di poeti in tutto inferiori all’amatissimo Tasso. Ecco, ho letto oggi queste parole di Fortini che non conoscevo (oppure non ricordavo):

 

Non so chi sono ma cerco di sapere chi sono stato, ossia in quale rete di storia e di società mi sono trovato a vivere. L’angolo di mondo, che si chiama Italia, i rapporti fra la gente, fra gli analfabeti, i semianalfabeti, gli studiati, la gente colta, le sinistre borghesi, i borghesi di sinistra, i nuovi veri irraggiungibili privilegiati, i mangiatori di uomini, diciamo, che incontro ogni giorno, ai quali sorrido affabilmente ed ai quali spero piaccia il mio lavoro… tutto questo cerco, sì, di capirlo come posso. Non è vero che non sono stato felice. La felicità è stata nei momenti di accordo fra l’esperienza e la parola mentale. Nei momenti di novità, anche, quando la promessa di mutamento diventava decisione.

 

Le ho trovate splendide e potenti: Non è vero che non sono stato felice… C’è come un grido che si alza dalla parola della letteratura (Non è vero che torneremo in patria…), sia essa quella pietrosa di Ceronetti, o quella oracolare di Fortini (Non è vero che saremo perdonati…) o quella levigata e inquieta di Ariosto. A quel grido ogni giorno ritorno, di quel grido (spesso appena percepibile, spesso sovrastato da altro rumore) non so fare a meno.

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Davide Profumo
Davide Profumo
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