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un effimero antidoto

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Una volta mi capitò di raccontare sul web di quella mia studentessa diciannovenne che si accorse che avevo fatto a pezzi (letteralmente: a pezzi, cioè a fascicoli) il mio libro di storia letteraria, per portarlo più comodamente a scuola, e se ne dichiarò scandalizzata. E lei, che per sua stessa ammissione non aveva mai letto un libro da quando la conoscevo, cioè da tre anni pieni, mi disse «I libri sono sacri!», con l’aria compunta e l’espressione grave e un po’ scandalizzata di quelli che hanno ovviamente ragione.

 

Ecco, penso a lei ogni volta che sento parlare dei libri come se fossero pozioni magiche; ma penso a lei (povera ragazza, a ben vedere, così troppo spesso dei miei pensieri…) anche nei casi di segno contrario, quando finalmente trovo qualcuno che guarda  ai libri non come a «oggetti sacri» ma come a semplici possibilità, spesso inutili, troppo spesso inservibili, quasi sempre superflui, a volte (ma così poche volte) prodigiosamente eloquenti: un raro, rarissimo, effimero antidoto contro la solitudine.

 

E dunque anche oggi ho pensato a quella studentessa, che ormai avrà trent’anni e chissà se avrà mai letto un libro nel frattempo; e chissà a quali altri (effimeri anch’essi) antidoti contro la solitudine si sarà invece affidata. L’ho fatto grazie all’intervista di Alessandro Piperno, a tratti irritante come Piperno sa essere, a tratti invece illuminante, come per esempio in questa risposta:

 

Quand’è che un libero lettore abbandona un libro?

«Credo molto nella prova del cucchiaino. Come il gelato: non è che ne devi mangiare una coppa intera per capire se ti va. Apro un libro, guardo l’incipit, il giro di frasi, l’atmosfera. Ci metto due minuti, forse anche meno, a capire se mi interessa».

 

O in questa:

 

«… I miti non vanno incontrati. Se venisse a Mantova Tolstoj, non andrei a vederlo: non mi interessa il profilo umano, mi interessano i libri».

 

E poi anche grazie al solito brillante pezzo di Guido Vitiello, bibliopatologo di tutti noi, che oggi parla della necessità di buttare via i libri, sbarazzarsene, magari farne un definitivo falò e non pensarci su. E scrive così:

 

Tutto si butta: vestiti logori, avanzi di cibi, pile di vecchie riviste, lampadine fulminate, oggetti che ingombrano senza dare nessun beneficio. Ora, in base a quale criterio dovremmo buttare la tarantola vibrante a pile da massaggio che ci hanno venduto al tavolo del ristorante e conservare, invece, uno dei centododici libri di Giampaolo Pansa che hanno la parola ‘vinti’ nel titolo, e che ingombrano molto di più? Per quale ipotetico inverno, formichine, stipiamo cose che non ci serviranno mai? E che se proprio dovessero servirci – ma non ci serviranno, fidatevi – le biblioteche stan lì apposta? “Fanne uno scatolone e mettili in soffitta”, dirà qualcuno. Ma siamo sinceri: chi è mai andato davvero in soffitta a recuperare un libro? La soffitta è come il ‘periodo di riflessione’ quando un amore finisce: una vigliaccheria.

 

I libri sono oggetti, in fondo, come tutti gli altri oggetti. A volte, ma rarissime ed effimere volte, sono invece un incontro; e queste rare volte sono il motivo per cui non li facciamo a pezzi. Non sempre, almeno.

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Davide Profumo
Davide Profumo

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2 Comments

  1. Stefania S ha detto:

    I libri, quelli che hanno magari lasciato un piccolo segno, si tengono così come si fa con le fotografie, che altro non dicono che una volta eri più bello – i libri dicono più saggio -di quanto tu non sia ora. Ti dicono cosa tu sei stato, si è anche ciò che si legge, no? Mi scusi, prof, ma lei non lascia sul tavolino in salotto i libri, perché parlino di lei, stupendo il malcapitato ospite?

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