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Claudio Fresco, intervista a Telequattro
22 novembre, 2016

umano, abbastanza umano

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Il post più bello e interessante tra quelli che ho letto in questi caotici giorni di novembre lo ha scritto Peppe Liberti e parla di letteratura. Che poi, in realtà no, nient’affatto, sto mentendo, il post parla di fisica e di un premio Nobel per la fisica, il che, almeno a sentire coloro che ne sanno assai, è un campo di gioco molto lontano da quello in cui gioca la squadra della letteratura. E però, niente da fare, questo post parla di un fisico e di fisica ma, tra una riga e l’altra, parla anche di letteratura (volevo dire soprattutto di letteratura, ma sto cercando di restare sobrio, come intuite…). Ecco, leggete qui per esempio:

 

Un’equazione, una teoria, un libro, una collezione di aneddoti e di immagini, un atteggiamento particolare: cosa fa di uno scienziato un’icona della cultura popolare? Cosa lo fissa sulla parete di una stanza accanto alla gonna svolazzante di Marilyn o alle smorfie di qualche boy band?

 

Oppure proseguite di poche righe e leggete questo passaggio, piuttosto:

 

Siamo affezionati a questa parola – genio –  sostantivo che ben si presta alle espressioni parassite: se c’è un genio è quasi sempre ribelle, isolato, sregolato, incompreso e pure sopravvalutato. Il genio è una merce che i biografi “umanizzano” e rendono amabile o detestabile, accessibile a tutti, raccontandone i pregi e i difetti, le passioni e le manie. Ma non basta fissare i contorni del genio, tracciarne le caratteristiche visuali e caratteriali, per farne un’icona pop. La “forma bastarda della cultura di massa” (per citare Barthes) ha bisogno di miti da celebrare, di santi profani di cui diffondere il verbo ogni volta che si può, soprattutto ora che c’è internet e il popolare vira al virale. Un mago, ecco cosa serve, quello che quando hai visto cos’ha fatto ti chiedi: “Ma come ha fatto?”

 

Ecco, insomma, avete capito. Il post del dottor Liberti (dottore in fisica) parla di Richard Feynman e del suo ruolo nella storia novecentesca della scienza. Ma in realtà, come succede a tutte le cose che riescono a essere belle, parla di molto di altro ancora, ci parla anche un po’ di noi, del bisogno che ancora abbiamo di mitologia, oltre che di scienza, e del racconto della scienza che Feynman faceva e che noi abbiamo voglia di ascoltare. E dove c’è racconto, lo sapete benissimo, c’è letteratura… e quindi è inutile esitare, lo leggiamo tutto il post che parla di questo scienziato, è una buona idea.

 

Ma se un premio Nobel non vi bastasse e ne volete piuttosto due, eccovi serviti. Perché ci sarebbe un Nobel letterario che, specularmente, sembra sempre meno letterario e sempre più un’altra cosa, tra un rifiuto, un silenzio, un impegno pregresso con il gommista (no, scherzo…) e chissà cos’altro ancora succederà domani. Il post lo ha scritto Alberto Fraccacreta e, come io credo che avete già intuito, parla di Bob Dylan e del suo «gran rifiuto»: non andrà a Stoccolma. E a un certo punto il post dice queste parole, che a me sono sembrate essenziali:

 

Tutti sanno oramai che una rockstar è bizzarra, capricciosa, sfrontata; fa parte del suo ruolo. Dylan lo è al quadrato. Per sua natura, per la parte che impersona, si sottrae a quegli interrogativi morali ai quali un poeta, nel senso meno generico del termine, è chiamato a rispondere sempre e comunque. Il poeta deve esprimere la bellezza della verità, la verità della bellezza, il cantautore può giocare con il gran teatro del mondo, ha la facoltà di ingaggiare una battaglia a singolar tenzone con l’ironia. Le rockstar sono esponenti della décadence prestati al palcoscenico. Sono i “maledetti” della scena, quelli che possono farsi beffe di chiunque, dar pacche sulle spalle a Presidenti della Repubblica, perché è accettato socialmente che lo facciano (fino ad un certo limite). Sono gli istrioni dei Saturnali, coloro che ribaltano per un giorno la realtà. Sarebbe stato sorprendente, invece, se il maggiore folksinger di tutti i tempi, il padre dei cantautori, avesse esibito con estrema lucidità e arguzia un discorso che consideri in nuce le più forti incognite della poesia presente, le sfide della letteratura contemporanea, le difficoltà e l’ethos che il magistero di poeta, così serio e leale, reca in sé. (Problematiche ben diverse dalla succitata e, per certi versi, amabile stravaganza.)

 

Non è male, vero? Tutto sarebbe conseguenza della logica con cui costruiamo il nostro racconto di noi stessi e poi invitiamo gli altri a guardarlo. E infine, a proposito del racconto della realtà e della realtà che troppo spesso finisce (e comincia, anche) per essere ben altro, provate, con un po’ di spavento e di coraggio, a leggere anche questo terribile post scritto da Savino Claudio Reggente in materia di accoglienza dei migranti in una regione del Sud Italia. Forse succederà anche a voi, come è successo a me, di provarne un lungo brivido di dispiacere e di fatica. Il post esordisce così:

 

Non scrivo in favore degli immigrati, né per loro conto. Scrivo come persona nata e cresciuta in Basilicata, a Venosa, che da Venosa è andata via, ormai 12 anni fa, e che ora lavora nel settore dell’accoglienza a Bologna. Scrivo per un moto di rabbia, umana e politica. Trovo inaccettabile la contraddizione tra ciò che il Pd regionale, nella persona del presidente Marcello Pittella, dice di voler fare in favore dei miganti “rifugiati” e quelle che sono le reali condizioni di vita dei lavoratori stagionali immigrati che transitano o abitano a Venosa e dintorni.

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Davide Profumo
Davide Profumo

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