tutto il resto

Mi permetto di cominciare con un piccolo aneddoto di scuola, uno di quelli che non scrivo più da tanto tempo e che forse è anche un po’ fuori luogo, in questo contesto (perdonatemelo).

 

Succede che da qualche tempo mi interrogo sempre più spesso e sempre più sfinito su cosa sia necessario che io faccia per far leggere qualcosa (qualsiasi cosa?) ai miei alunni, soprattutto a quelli di 14 o 15 anni. Mi interrogo (anche perché i dati sulla nostra classe dirigente – a cui, francamente, non ho capito se appartengo o no – sono abbastanza terribili…) ma non ottengo nulla, perché non so cosa fare né come farlo. Non mi interessa costringerli, ovviamente, perché finita la costrizione non avrei convinto proprio nessuno a leggere libri (almeno tra quelli che già non lo facevano). Però altri metodi non trovo e continuo inutilmente a consigliare libri a studenti che non li leggeranno mai e a interrogarmi invano, mentre gli anni scolastici passano lenti e un po’ inutili. Poi, qualche giorno fa, ho approfittato di una classe in cui lavoro e in cui mi trovo particolarmente bene (a volte succede) per chiedere direttamente a loro (ai quindicenni) cosa dovrei, secondo loro, provare a fare per invogliarli a leggere di più. «Costringerci» «Non costringerci», «Leggere libri nuovi» «Leggere libri vecchi», Leggere libri corti», «Darci bei voti», «Darci brutti voti»: sono state queste (e altre assai simili) le risposte. Finché un ragazzo, un po’ meno timido di altri, ha alzato la mano e ha detto: «Secondo me dovrebbe toglierci tutto il resto». «In che senso?» ho chiesto io, un po’ sorpreso. «Nel senso che leggere potrebbe anche essere divertente ma di certo non come le altre cose che faccio: guardare la tv, chattare con il cellulare, giocare con la playstation, cazzeggiare sul computer… Se lei potesse togliermi tutte queste cose, io credo che qualcosa magari leggerei».

 

E tutti hanno riso. E io un po’ meno, perché tutto sommato sono ancora qui che penso a questa risposta e non riesco a pensarla troppo sbagliata. Ma ho voluto raccontarvi la storia perché ho letto un bel post, oggi, che parla proprio di questa cosa, del leggere e del far leggere e mi pare che dica cose molto sensate, in moltissimi dei suoi passaggi. Lo ha scritto Giusi Marchetta, e inizia così:

 

Le campagne pro-lettura che si sono avvicendate negli anni, evidentemente, nulla hanno potuto per cambiare la situazione. Se prendiamo in considerazione gli spot trasmessi sulle reti nazionali e i manifesti pubblicitari affissi nelle biblioteche e sui mezzi pubblici dagli anni ottanta ad oggi, sembra evidente il ricorso a slogan che associano la lettura a uno sviluppo delle doti morali e intellettive dell’individuo. Leggere sarebbe un cibo per la mente, un modo in cui le persone arricchiscono il proprio vocabolario e la loro capacità di informarsi e formarsi. A queste sollecitazioni, si aggiungono ripetuti riferimenti al piacere che deriva dalla lettura di un libro. Poco o nulla importano il destinatario del messaggio, insomma, e le motivazioni per cui non legge e andrebbe quindi convinto a provare.

 

E prosegue anche così:

 

Se però immaginiamo realisticamente la vita quotidiana dell’adolescente non lettore ritratto dalle statistiche, ci ritroveremo ben presto a notare quanto siano assenti i libri dalla sua esperienza. Circondato da non lettori (genitori, insegnanti, amici), ignaro dell’esistenza di librerie e biblioteche, vive il blando tentativo di avvicinamento alla lettura che subisce a scuola come un compito qualunque. Dal momento che la richiesta principale dell’insegnante sembra essere una scheda facilmente reperibile su internet, il nostro adolescente sa che una volta scaricate le informazioni di cui ha bisogno, potrà saltare a piè pari la lettura, la parte difficile e noiosa dell’assegno. Del resto, a fronte di questo disinteresse per il romanzo assegnato, la scuola non fa che ribadire una necessità di leggere basata sulle stesse motivazioni delle suddette campagne pubblicitarie: leggere è bello, fa bene, è cibo per la mente e lo spirito. Sbandierando una finalità morale per le letture, pare dunque ovvio che le scelte degli insegnanti in fatto di libri da infilare tra le mani dei loro alunni ricadano spesso su romanzi didascalici, moralisti, o classici già assegnati a generazioni di studenti che li hanno ugualmente odiati. L’atteggiamento contrario, la resa nei confronti del titolo commerciale privo di qualunque spessore o qualità, non ha contribuito alla formazione del lettore: nel caso dell’adolescente appena citato (proprio come per l’adulto che l’ha comprato in libreria, attratto dalla pila davanti alla cassa) resterà probabilmente l’unico libro letto.

 

E va avanti e propone una possibile soluzione che però non è univoca e che sicuramente non è una ricetta magica e segreta. E quindi resterò ancora qui a interrogarmi, sperando di trovare un giorno una risposta o che, più facilmente, la trovi qualcun altro per me.

 

[Anche se, in gran segreto, posso dirvi che nelle parole di Gilda Policastro ci sta molto di quello che io penso della lettura, dei cosiddetti lettori e non-lettori, e del ruolo che io, che non sono classe dirigente, dovrei avere in questo mondo. E spiega anche perché io mi trovi, ogni giorno che passa, sempre meglio in compagnia dei lattai.]

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Davide P.
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