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20 Ottobre, 2016

tre sorelle e una passeggiata

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In una settimana in cui si è continuamente parlato di letteratura, e del rapporto tra la poesia e la musica, dalla notte dei tempi fino al giorno luminoso della contemporaneità che viviamo noi (fortunatissimi), e dei giullari e della carica dirompente e rivoluzionaria dei loro sberleffi (fin dalla notte dei tempi, ci mancherebbe), e di come la parola sia quella che incide nella vita delle persone non quella che rimane chiusa nel buio delle biblioteche o nel chiaro inutile delle pagine dei libri che nessuno aprirà più, e di tutte queste cose qui, che mi hanno anche appassionato, lo confesso, e su cui stavo davvero cominciando a farmi qualche piccola idea anche io, che pure sono così più lento, ecco, in una settimana così, mi auguro che vorrete perdonarmi l’ardire di parlare di altro.

 

Non proprio di altro in realtà, perché non saprei farlo. Però non di letteratura, insomma; ma piuttosto di tre sue sorelle, forse minori forse no. La prima è la fotografia, un altro modo di raccontare e immaginare storie, di costruire ritratti e personaggi, di dare voce a chi in qualche modo non sapeva di averla. C’è una ragazza che scappa correndo dalle bombe che cadono nella sua città, nell’articolo che sto per segnalarvi: la voce è la sua, la città è Sarajevo, la ragazza sarà diventata una donna oggi, venti anni dopo. La fotografia è stata scattata il 30 settembre 1993 da Mario Boccia, che in questi giorni l’ha voluta raccontare e lo ha fatto così:

 

Stringo la macchina, l’obiettivo è giusto, ma esito. Un’altra esplosione. Scappo fuori, senza avere avuto la forza di scattare. Lo rimpiango. Non ho retto quegli sguardi. Mi sentivo un estraneo. Privilegiato e giudicato per aver scelto di essere lì (forse sono arrossito). Almeno ora sono sotto tiro, come gli altri. Guardo quello che succede attraverso una lente. La macchina è uno scudo che protegge e tiene a distanza. Un altro sibilo, meno forte, l’esplosione tarda (un paio di secondi?), è più lontana. Vedo movimento verso il mercato. Mi avvicino, monto il duecento, seleziono un tempo veloce, controllo la luce. Una ragazza mi corre incontro. Inquadro, scatto e maledico di non avere impostato il motore sullo scatto continuo (per non sprecare pellicola). Troppo tardi, ormai mi è addosso e mi supera, ignorandomi. E’ finita.

 

Poi c’è l’editoria, che sarà pure la sorella brutta dell’arte di scrivere, ma è necessaria: senza di lei la letteratura non saprebbe nemmeno quali vestiti mettersi, per uscire e incontrare noi. E ho letto un bell’articolo intervista, in questi giorni, a proposito dell’editore Sellerio, di Palermo, del suo successo, delle sue politiche editoriali, della sua riconoscibilità. È una bella storia, a mio parere, di quelle che rendono giustizia alla lettura e ai lettori e all’idea che non si possa smettere mai di fare arte della scrittura. La trovate qui, intera, ma forse il suo passaggio più bello e interessante (e permettetemi: istruttivo) è questo qui:

 

«Facciamo cose vecchissime», dice Antonio Sellerio, «per esempio inseriamo nei bestseller cartoline di altri titoli, ma per decidere quali facciamo riunioni di ore per cercare di raggiungere i lettori che potrebbero essere interessati. Contestualmente, per comunicare uscite e presentazioni, lavoriamo su Facebook e Twitter dove ormai si è creata una comunità piuttosto coesa. Il canale privilegiato, però, sono i librai: sono loro che devono comprare i libri». E i giornali? «Lanciare un libro oggi è più difficile. La stampa ha meno impatto di anni fa ed è più difficile creare il caso. Non dico che non conti, ma non è più l’unico fattore». La conseguenza è che a un editore non conviene cercare di imbroccare il singolo bestseller, ma deve puntare sulla costruzione degli autori. «Penso che sia la cosa più gratificante per tutti, ma anche la più facile», dice. «Non è questione di fare un libro all’anno. O il libro c’è oppure di certo non glielo scippo, ma la continuità è fondamentale. I nostri lettori non sono fedeli, termine che fa pensare alla fedeltà coniugale o ai cani, sono attenti: quando in libreria vedono un libro blu vanno a controllare cos’è e questo per un editore è un grande vantaggio».

 

Infine, ultima sorella, c’è la linguistica, dato che senza parole non c’è racconto, non c’è ritratto, non c’è letteratura. E nell’ambito della linguistica si è molto parlato in questi giorni dell’esistenza di italofoni in versione napoletana o siciliana, non sempre dicendo cose esatte, più spesso piegandole all’esigenza di costruire la notizia e la conseguente, facilissima indignazione… Ecco, qui trovate una bella spiegazione di quello che probabilmente è accaduto e di come lo si possa spiegare. È un minimo consiglio per non lasciare trascinare dalla troppo più ovvie considerazioni che altrove sono state fatte:

 

L’apprendimento di una lingua straniera (L2) da parte di un adulto è condizionata dalla propria madrelingua (L1). Ad esempio, uno spagnolo non avrà difficoltà a imparare l’uso dell’imperfetto in italiano, un inglese invece sì perché è un tempo inesistente nella sua lingua. Proprio perché le caratteristiche dei dialetti meridionali italiani sono comuni, in un contesto di lingua inglese non si capisce come dovrebbe differire un eventuale supporto linguistico L2 per un napoletano e per un siciliano (ma anche qualsiasi altro italiano) e che tipo di competenze specifiche dovrebbero avere i loro insegnanti. Da un punto di vista didattico la distinzione fatta nel Regno Unito non mi pare in alcun modo giustificata: i problemi linguistici dovrebbero essere simili per tutti gli italiani, indipendentemente dalla loro provenienza geografica.

 

Poi, se avete avuto la forza di arrivare fino a qui e davvero pensate che sia necessario che si dica, anche in questa inutilissima sede, qualcosa a proposito dei premi letterari di cui si è così tanto discusso in questa settimana (perché qualcuno lo ha ricevuto e perché qualcuno che lo aveva ricevuto è morto, rip), ecco, la mia inutilissima opinione è che tra la parola “premio” e la parola “letteratura” non ci possa essere nessun tipo di rapporto, mai. Ce lo hanno insegnato per esempio Dante, Leopardi, Proust e Borges; ma anche Albertino Mussato e Giosue Carducci. E che dunque (a meno che non siate gli editori che ci guadagnano sopra qualche utile soldino…) sia inutilissimo discuterne. Io, fossi in voi, farei piuttosto una passeggiata.

Davide Profumo
Davide Profumo
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