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tre poeti e il nomadismo

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È bello imparare qualcosa di un poeta, quando è possibile. Perché imparare qualcosa che riguarda un poeta significa, quasi sempre (sempre), imparare qualcosa di noi stessi e della realtà che ci circonda ma che non sappiamo vedere come potrebbe essere vista. Forse come meriterebbe di essere vista.

Vale per tutti i grandi poeti, vale per esempio per un poeta (Ungaretti) che io non riesco ad amare moltissimo ma di cui non posso che riconoscere la grandezza. Leggendo così, per esempio:

È nata una poesia nuova, tesa, drammatica, che non somiglia a nessun’altra tra l’amore e il dolore, tra l’impegno per la vita e la meditazione della morte, priva di ogni retorica, di ogni parolona. Non ci sono punti esclamativi, se mai qua e là appaiono punti interrogativi: c’è la memoria e la preveggenza. Nasce dalla terra, sprofonda nella terra, ma si alza subito verso le nuvole, verso il cielo. È Il Porto Sepolto del 1916. È la poesia di Ungaretti, la sua grande poesia.

Ecco, la poesia di Ungaretti. C’è un bel post che riporta oggi un intenso saggio di Leone Piccioni, a proposito della poesia di Ungaretti (ce n’è anche un altro di Alessandro Banda, altrettanto interessante, a dire il vero, perché un paio di giorni fa era il cinquantenario della morte del poeta). Lo trovate qui. Ed è un’occasione per riscoprire alcuni versi e alcuni dati della vita di questo poeta davvero unico, nel panorama della nostra poesia. La cui parola, «scavata», ha saputo raccontare a noi la realtà che vedevamo senza scavarla, senza vederla come meritava.

Ma anche Giovanni Pascoli, figuriamoci un po’. Così scolastico, così distante da noi, così poco attraente, così dimenticato. Basta invece leggere un articolo che presenta un saggio di Cesare Garboli su questo grandissimo e lontano poeta per comprendere che molto c’è ancora che dobbiamo imparare di quella poesia, di quella vita e di questa realtà, che è la nostra, che non conosciamo abbastanza. Ed ecco allora che Matteo Moca, presentando il lavoro di Cesare Garboli, può arrivare a scrivere così:

Questo libro è un tentativo di «riportare a casa» le parole del poeta, provare a inserirle nell’universo a cui appartengono mantenendole in vita e non leggendole come parole morte da trasmettere e ripetere in chiave scolastica: per fare questo Garboli non tratta Pascoli solo come un poeta, ma, soprattutto, come un personaggio e come un uomo… Garboli non cancella dal suo lavoro le notizie su Pascoli che la scuola ha trasformato in quadretti di una commovente e semplificata agiografia, ma le analizza con sguardo acuto e onesto per inserirle in un ritratto complesso, più grande e certamente più fresco. Il fine di Garboli è appunto quello di restituire Pascoli in carne e ossa al lettore, e la lunga cronologia, che procede con un andamento quasi romanzesco ed è certamente tra i risultati più alti della sua opera e della letteratura italiana novecentesca, va proprio in questa direzione.

E in questo senso, vengono quasi le vertigini a dirlo, la realtà da riscoprire non è nemmeno più quella che si vede ma quella che si legge nelle poesie di Pascoli e che non abbiamo più saputo leggere come si meritavano: perché ce ne è sfuggito il senso, l’anima, il cuore pulsante e sempre vivo, la realtà che avevano visto con i nostri occhi.

E quindi il terzo poeta, che nemmeno è poeta. Ne ho visto nascere e crescere l’opera quattro anni fa, sul lago dove abitavo; e per un attimo (al netto della folla maleducata, della protezione civile sotto casa che cercava ogni giorno di impedirmi di tornare a casa, del rumore degli elicotteri per 18 ore al giorno, dell’inquinamento insopportabile) ho creduto di capire. Perché per un attimo, grazie all’artista Christo, ho visto il lago (il mio lago: quello che avevo davanti agli occhi tutto il giorno tutti i giorni da 15 anni) come mai lo avevo visto prima. Ho visto la realtà. Ho pensato che era arrivato a casa mia un poeta e aveva evidenziato la realtà di strisce arancioni, per farmela vedere, perché io la vedessi. E io per un attimo l’avevo guardata e vista.

Poi, non so, ho subito dimenticato di averla vista. E forse è giusto quello che a proposito di Christo viene scritto qui:

L’elemento temporaneo e nomadico nell’opera di Christo e Jeanne-Claude è sempre stato uno degli aspetti più importanti della loro arte. Dopo anni passati a progettare e simulare la resa di ogni progetto, in poche ore i due artisti “piantavano le loro tende nel deserto” come fanno i beduini, per poi scomparire dopo qualche giorno.

Anche Ungaretti si pensava come un beduino, mi viene in mente. E anche Pascoli lamentava l’assenza di un nido a cui tornare. Forse la poesia ci dice questo, tra le altre cose. Che siamo nomadi, che i luoghi passano, sono temporanei, che la realtà, appena crediamo di vederla e capirla, è già diversa, e non la vediamo più.

Davide Profumo
Davide Profumo
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