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tre frammenti di poesia, e poi una parola

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Una poesia che ho letto qualche giorno fa, innanzitutto. Non so nemmeno se mi piace, a dirla tutta: mi sembra un po’ sfacciata, un po’ spiattellata, forse. E però mi piace, lo so: altrimenti non mi sarebbe rimasta in testa così come mi è accaduto, in tutti questi giorni, come un ritmo, come un ritornello un po’ sincopato, come una poesia quando (almeno un po’) mi piace e non mi lascia più stare. Comincia così, ma va anche avanti e finisce poi in quest’altra pagina:

 

Qualcosa, non sai cosa, si è staccato, spaccato –
tematizzi: non riesci; simbolizzi: non riesci; fai
qualcosa: non sai cosa, non riesci – e la casa è
di carta, ti pare, tutta una scoperta; e sollevi la
coperta: ci sei, come ieri, come eri – come eri
sempre stato, ti pare: ma poi ti appari come un
te prima di essere nato e hai coscienza, ora, di te,
e hai paura: hai freddo, hai caldo, non sai quanto
dura – tematizzi: non riesci; simbolizzi: non riesci;
fai qualcosa: non sai cosa, non riesci; esci.
 
Ti resta lo stacco, lo spacco – il grido
lasciato silenziato nelle cuffie,
la bottiglia piena lasciata andare,
il poco pavimento impraticabile,
apri, esci, stacchi, spacchi …

Un’altra dichiarazione di Franco Arminio sulla poesia, per proseguire; all’interno di un’altra intervista di Franco Arminio sulla poesia. Forse non vale nemmeno la pena di andare a leggersela tutta, forse sì. Però questa dichiarazione, sì, vale la pena:

 

Perché c’è bisogno di poesia? Perché la poesia ha a che fare con il sacro, con l’arcaico, con dei sentimenti profondi nell’uomo che sono inestirpabili, anche nella società consumistica, desacralizzata, disincantata in cui viviamo. Finché questi sentimenti non sono morti la poesia li descrive e ci sarà sempre più bisogno di poesia. È una diga contro la miseria spirituale.

 

Ma anche, forse ancora di più, senz’altro ancora di più, alcuni versi scolpiti e potenti di Giancarlo Pontiggia (è un poeta che amo, ne avevo già parlato qui), letti stanotte insieme a un altro «reperto» letterario siciliano di rarissimo incanto, su un blog che parla di monaci e di letture monastiche, riletti anche stamattina alla luce di marzo e sempre bellissimi:

 

«Vado a vedere se di là è meglio.»

Ma cos’è meglio? Il silenzio mistico
di chi contempla il muro, spoglio, di una cella
o il frastornante rumore del mondo? Il mattino
quando tutto è primo, sospeso
sul fare delle cose
o il pomeriggio, sul tardi, quando
il cielo se ne va, e si porta via
ogni pensiero? La vita
che trafigge, rapida, tormentosa, i nostri anni
o la fine, la fine caritatevole, che rigenera
il mondo? Com’è che esiti,
 
se te lo chiedo?

 

E infine, come da titolo (anche se il tono si abbassa un po’, lo so benissimo anch’io, anche se forse era meglio finire con la domanda di Pontiggia) infine una parola danese che varrà la pena di imparare a pronunciare. Significa, questa parola brevissima, che non c’è tempo per preoccuparsi anche di questo dettaglio, che non è importante, che è un minimo problema, che i giorni sono contati ed è bene passarli pensando soltanto a ciò che davvero è essenziale. O forse no, forse ho capito male io e significa tutt’altro. Ma non fa niente: a me piace un po’ troppo, stamattina, capire così.

Davide Profumo
Davide Profumo
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