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tra agosto e settembre

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Personalmente, ho sempre avuto un debole per settembre. E non perché ricominci la scuola o finisca l’estate (momento anch’esso di strano rovesciamento del tempo, tanto da studente quanto da insegnante), ma proprio perché la sensazione che settembre porta (con quella stranissima notte tra il 31 agosto e il 1 settembre, che è la notte in cui da sempre pare che qualcosa di definitivo possa finalmente accadere) la sensazione che settembre porta con sé è piuttosto quella che finisca e ricominci tutto, altro che scuola, altro che estate, come il momento in cui la capriola che abbiamo tentato sembra non riuscire e poi invece riesce e ci troviamo di nuovo tutti quanti in piedi, fermi, il giro è avvenuto e chissà cosa ci stiamo noi a fare qui. Non lo so.

 

E però, anche se ho sempre preferito settembre a molti altri dei mesi che si sogliono preferire, direi che l’articolo più interessante tra quelli che vi posso proporre oggi parla invece del mese di agosto, del fatto che agosto si chiami così, «agosto», del fatto che sia un mese luminoso figlio di una terribile dittatura, del fatto (anche) che la storia che studiamo a volte lascia degli spazi non detti: e ci basta un Virgilio con i suoi versi a farci pensare che il tiranno sia tutto sommato un salvatore e il suo mese sia il più bello dell’anno. E non il più crudele, che è un altro.

 

Ma se avete pazienza di aspettare anche settembre, c’è, secondo me, un libro che in quel mese potremo tutti leggere (io lo farò senz’altro): perché aspetta proprio quel mese per uscire, come tutte le cose che ogni volta finiscono e ricominciano. È il ritratto di uno dei più misteriosi uonini di cultura del Novecento, una di quelle figure proteiformi di cui ancora non si è trovato il contorno, ma che per tante ragioni potrebbe essere la chiave degli anni letterari che abbiamo appena vissuto e che ancora stentiamo a raccontare. L’uomo è Bobi Bazlen, il libro è questo, una bellissima presentazione del libro e dell’uomo la trovate qui. Parla di Svevo, di Joyce, di Trieste, di Montale, di Elsa Morante e di Giorgio Agamben e dice così:

 

Bazlen era un intellettuale prodigioso e soprattutto, per le case editrici, un suggeritore impareggiabile che avendo letto tutti i libri sapeva misurare la grandezza di opere che ancora non avevano ricevuto il successo che meritavano. Fu lui, fra il 1923 e il 1925, a far scoppiare «il caso Svevo» inviando i tre romanzi dell’oscuro Ettore Schmitz a Montale; a spedire, sempre a Montale, la celebre foto con le gambe di Dora Markus; a caldeggiare nel 1926 la traduzione in italiano delle opere di un certo Kafka e di un certo Musil («Troppo lungo, troppo lento, troppo frammentario. Da pubblicare a occhi chiusi») nonché qualche anno dopo a scoprire per l’Italia Gombrowicz e il Potocki del Manoscritto ritrovato a Saragozza […]Una figura simile non poteva che nascere nella Trieste austroungarica di inizio Novecento. Il padre era un tedesco di religione evangelica, la madre, triestina ed ebrea. Bobi diventerà ben presto una delle figure centrali dei circoli intellettuali, assieme al più anziano Svevo (che spesso raggiungeva gli scrittori più giovani nelle osterie per giocare a bocce) e a Saba, della cui figlia Linuccia si innamorerà fino a fuggire con lei a Milano, senza mai riuscire a piegare l’irriducibile opposizione del poeta. A Trieste ebbe come professore di inglese il fratello di Joyce e fu uno dei primi ad acquistare una copia dell’Ulisse. Ma Trieste non era l’Arcadia; era, invece, la città con il massimo numero di suicidi d’Europa dove tre comunità non integrate (tedesca, italiana e slava) vivevano nell’angoscia del crollo imminente di un impero secolare, i cui sinistri scricchiolii toglievano il sonno…

Davide Profumo
Davide Profumo
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