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Mi ha lasciato qualcosa che non ho ben compreso (senz’altro per mia colpa) il breve articolo pubblicato oggi da Marco Belpoliti a proposito dell’«ufficio», vale a dire lo spazio che occupiamo quando lavoriamo, e cioè per grandissima parte del tempo che trascorriamo sul pianeta, dall’età adulta in poi. Mi ha lasciato qualcosa di non chiaro, perché non ho capito che cosa Belpoliti voglia raccontare dei nostri uffici dilatati e del tempo del lavoro che sta invadendo ormai qualsiasi altro tempo passato in qualsiasi altro luogo (tanto che si ha quasi sempre l’impressione di doverlo difendere con la forza e la rabbia che ancora ci resta, il tempo che il lavoro non ci mangia). Lo lascio quindi a voi, questo interessante post, nella speranza che lo capiate meglio di me o che, se non altro, ve ne rimangano alcune suggestioni, come quelle che sono rimaste a me ma più eloquenti e definite.

 

Belpoliti inizia raccontando una storia di esseri umani in viaggio che conosciamo bene, di cui siamo stati tante volte sia spettatori che attori, di cui lo saremo chissà quante altre volte:

 

Sono seduto sul treno superveloce. Accanto a me – di fronte, di fianco, nei sedili più avanti e più indietro – c’è un intero ufficio al lavoro. Signori e signore, tutti chini sui loro computer portatili, elaborano fogli Excel, oppure rispondono a e-mail (hanno tutti la “pennetta” per Internet o sono collegati al wifi-frecciarossa); altri stanno scrivendo relazioni. Molti telefonano, tanti ascoltano musica dai loro iPod. Sui minuscoli tavoli, muniti di prese di corrente, ci sono diversi cellulari, almeno due per persona. Qualcuno invece legge sull’iPad il giornale, o forse un libro, o più probabilmente ripassa una relazione che dovrà tenere all’arrivo. Un ufficio viaggiante che neppure la fantasia di Vladimir Karfik, progettista boemo degli anni Trenta, avrebbe potuto prevedere, lui che aveva allestito un ufficio-ascensore per Jan Antonin Bata, fratello del fondatore della casata delle scarpe: una stanza mobile di 6×6 con climatizzazione autonoma, lavandino, radio, speciale scrivania e acclusa stenografa.

L’ufficio in cui mi trovo viaggia a oltre 200 chilometri all’ora, qualcosa di incredibile solo per la mentalità di 20-30 anni fa. Si tratta di un agglomerato umano instabile, che come si forma, alla partenza, così si scioglie, all’arrivo. La sua particolarità consiste nella compressione del tempo che le decine e decine di persone presenti sul Milano-Roma delle 7.00 del mattino stanno producendo. Proprio come ha previsto Jeremy Rifklin in La fine del lavoro (1995) le nuove stregonerie elettroniche hanno trasformato il concetto stesso di ufficio da spaziale a temporale. Ora si lavora dovunque, poiché l’ufficio è incorporato nel computer e smartphone che si ha nella borsa o in tasca.

 

A me sono in verità venute in mente due cose, molto precise. La prima è un’immagine notturna di Berlino, città in cui mi è capitato di andare negli ultimi anni più spesso di quanto avrei voluto; è l’immagine di Potsdamer Platz con tutti quegli uffici vuoti e però lo stesso illuminati, come se fossero sempre pieni, come se fossero il manifesto di un mondo, la réclame di qualcosa in cui inevitabilmente siamo immersi. Come una Piazza Rossa di cui fatichiamo a distinguere o raccontare i contorni (ne trovate una significativa immagine anche qui, se volete).

 

La seconda cosa che mi è venuta in mente è una poesia (ultimamente mi vengono sempre in mente poesie, chissà perché) di Franco Fortini, che parla di spigoli e di inviti ai concerti e di una stanza in cui si lavora e si invecchia, inevitabilmente. Sembrava, la prima volta che l’ho letta, tanti anni fa, una poesia molto triste sul destino che mi (ci) attendeva. E invece, forse, se ho capito davvero quello che sacrive Belpoliti (ma non credo mica di averlo capito), era una poesia po’ troppo ottimista. La copio qui sotto, se per caso non foste ancora troppo stanchi di tutto il daffare che avete fatto e di tutto il lavoro. Mio e vostro, del nostro stare al mondo.

 

Qui libri, scatole, lettere

E l’apparato scherano dell’avvilita intelligenza;

qui gli angoli acuti del disordine

cartoline che scricchiolano, pastiglie, inviti ai concerti.

 

Qui due pietose tendine

Fra l’interno e l’esterno, il condominio e il cortile. Ecco

Le serrande si scatenano e vanno

Tortuosi con cautela di carta in carta i gatti.

 

A Leningrado, vicino alla Nievà,

una sera di pioggia si baciavano una donna e un marinaio.

Mi tornano in mente quei due

quando condanno questa stanza, dove lavoro e invecchio.

Davide Profumo
Davide Profumo
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