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sul perdersi e sul dimenticare

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Ti perdesti una mattina in volo come ci si perde nella vita, senza rendersi conto che ci si smarrisce, scivolando a poco a poco nel non trovarsi più…

 

Riporto oggi qui questo incipit (così maledettamente e sfacciatamente e splendidamente dantesco…) di un racconto che amai tantissimo negli anni Novanta e che non ho più smesso di amare, anche se me ne ero scordato. Lo scrivo qui perché voglio ricordarmi di non dimenticare più la scrittura limpida e spigolosa di Daniele Del Giudice: perché ho paura di averla invece già un po’ dimenticata e perché mi sono reso conto che non bastano i suoi volumi allineati proprio qui sulla mia destra, di fianco alla scrivania su cui invecchio, scrivo e invecchio, per farmelo sempre ricordare. Perché se oggi non avessi letto il post che sto per segnalarvi, sarebbe stato necessario non so quanto tempo perché io mi ricordassi di non dimenticare Daniele Del Giudice e i suoi romanzi, che ho amato così tanto e che stavo colpevolmente dimenticando, così come colpevolmente si dimenticano gli amori lontani con cui si è diviso un tratto di strada, molti anni fa, e le poesie e gli incipit di racconti che quel tratto di strada ci hanno, chissà come, chissà da dove, illuminato.

 

C’è quindi in rete, da oggi, un bel post che parla di un bel libro di Daniele Del Giudice [lo ascoltai tantissimi anni fa, a Milano, leggere e spiegare una meravigliosa poesia su una città immersa nell’acqua che forse era Venezia, non ricordo… E non ho mai saputo ritrovare né la città né la poesia, maledetto me], che è un grandissimo scrittore italiano, secondo me (soprattutto di racconti, la misura breve che sempre di più prediligo). Più silenzioso di quello che vorremmo, probabilmente; ma forse grande anche in questo. Il post inizia così, è triste e un po’ lungo ma vale la lettura (così come la valgono gli scritti di Del Giudice, fidatevi):

 

«Anche se è stato un sonno breve, come questo di mezz’ora, dopo bisogna ricominciare tutto da capo», è un incipit che vale doppio perché è la prima riga del primo romanzo di Daniele Del Giudice. Del Giudice è uno scrittore la cui potenza è indirettamente proporzionale alla sua fama e che è tornato da poco in libreria con I racconti, raccolta che esce per Einaudi con un titolo che sembra azzardato, visto che i racconti sono percepiti come veleno per le vendite. I suoi primi due libri, Lo stadio di Wimbledon e Atlante occidentale, furono successi di critica e pubblico e il corpo di opere, pur limitato (sei su carta e una teatrale nell’arco di ventisei anni, anche se c’è molto inedito), ha mantenuto una qualità costante fino alla fine. Eppure non è un nome conosciuto, i materiali su di lui non abbondano. Se compare nelle antologie scolastiche lo fa in funzione di critico, relegato alle sezioni di approfondimento.

«Il fatto è che sfugge alle categorie», dice Roberto Ferrucci, scrittore e amico di Del Giudice da lungo tempo.

Non abbastanza dirompente da fare capitolo a sé, non abbastanza rappresentativo dell’angst adolescenziale di Tondelli, Busi, De Carlo e Palandri (men che meno del “cannibalismo” degli anni Novanta) da essere inserito in una tendenza. O, nella maniera più semplice, il suo essersi sottratto ai radar mediatici lo ha reso invisibile agli sguardi altrui. A pensarci bene, nessuno decennio era pronto per Del Giudice, la cui poetica pare fatta su misura per questi anni Dieci, composta com’è da oggetti e feticci. La nostra modernità ha smaterializzato i saperi e poi, con una consequenzialità abbastanza banale, li ha rifusi tutti insieme nell’oggetto che ognuno tiene in tasca. Ecco allora che nei suoi racconti la fiducia tra i personaggi passa sempre attraverso una confidenza non intima ma relativa a un oggetto, gli sguardi devono convergere su «una cosa messa a fuoco in comune», come scrive Tiziano Scarpa nell’introduzione a I racconti.

 

Perciò, se per caso vi stavate chiedendo questo, cioè se avevo un libro da consigliare assolutamente per questo mese di maggio (e sono sicuro sicuro che tutti vi stavate chiedendo proprio questo, figuratevi se vi stavate chiedendo altro…), ecco ce l’ho, ed è il volume dei racconti di Daniele Del Giudice.

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Davide Profumo
Davide Profumo

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