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storie vere e storie false

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Non ha soltanto a che fare con il nostro passato, il bell’articolo pubblicato ieri da Marco Labbate a proposito di verità storica e di racconto pubblico (ma anche privato) della storia. Anzi, arriverete alla fine e vi accorgerete (credo, come è successo a me) che l’articolo ha soprattutto a che fare con il modo che abbiamo di raccontarci la realtà presente e, ancora di più, la nostra storia personale, la nostra biografia, quello che insomma più o meno siamo. Non è poco; direi piuttosto che è moltissimo.

 

Ma è un articolo colto e quindi va preso con calma e letto con quel po’ di attenzione. Per esempio riflettendo bene su questo passaggio, decisivo:

 

La storia non è mai neutra: questa interagisce con memorie singole e collettive che possono suscitare emozioni e dolori, essere conflittuali e divisive. Nel momento in cui si iscrivono nello spazio pubblico, i ricordi sono sottoposti ad una pressione della comunità: esistono memorie ufficiali, istituzionalizzate, protette dagli Stati e memorie deboli, sotterranee, perseguitate. Storia e memoria entrano in collisione in un terzo spazio comune nel quale si affrontano e si influenzano. Nella stessa misura in cui forniscono materiale alla storia le memorie cercano di accreditare il proprio carattere peculiare sul resto della storia, obnubilando tutti gli elementi che possono offuscare la narrazione desiderata. La storia non è mai neutra: questa interagisce con memorie singole e collettive che possono suscitare emozioni e dolori, essere conflittuali e divisive. Al tempo stesso la storia serve alla rappresentazione pubblica (e alla legittimazione) di un potere, di una nazione, di una fede, di un’idea, dei principi attorno a cui una comunità si raccoglie.

 

La storia siamo davvero noi, quindi, come quello là cantava. Ma si tratta di un noi tutt’altro che pacificato e definito, come pensavamo quando lui cantava e noi, sopra, la sua voce, stonavamo quelle stesse parole. Si tratta di un noi continuamente messo in discussione, costantemente soggetto alla tensione del racconto, tra verità e menzogna, costantemente quindi ri-raccontato, secondo una verità nuova, né più vera né più falsa, soltanto più contemporanea.

 

Beato il Paese che saprà dialogare con la critica storica nel definire la propria rappresentazione pubblica della storia. Oggi è certamente impresa ardua per la storiografia interagire con uno spazio pubblico che sembra tendere a un’inarrestabile semplificazione. La rete ha fornito strumenti di inaudita potenza per comunicare e divulgare la storia: documentari, archivi online, documenti digitalizzati. Al tempo stesso ha favorito una formidabile moltiplicazione di fake-news (e fake-photo) di gran presa sull’immaginario collettivo. Nel rapporto tra velocità e nuovi media, la complessità di piani su cui si muove l’analisi storica è meno performante rispetto a parole gridate e spettacolari, mentre, ancor più che in passato, il valore conferito all’opinione, sulla base del gusto, smarrisce altri criteri di valutazione quali l’autorevolezza, o il tempo profuso in una ricerca. L’idea che lo storico occulti la storia e il blogger intrepido o il giornalista coraggioso sveli la frode diventa una narrazione alla portata di tutti.

 

È un post un po’ impegnativo, lo so. Ma ci tenevo tantissimo a segnalarlo perché ha a che fare con quel tema così fondamentale del racconto di noi stessi che sta alla base non solo del racconto della storia, ma anche di ogni narrazione letteraria, che è anzi il fondamento stesso della letteratura, nella mia opinione, della sua tensione tra il vero che diventa falso e la finzione che diventa vera, sia quando racconta la storia di un noi sia quando racconta semplicemente la storia di un io.

 

Nessuno si senta escluso, mi verrebbe da dire. Se non si trattasse di nuovo di parole di quella canzone là, che un po’, in effetti, semplificava. Ma se non vi fosse ancora chiaro che cosa intendo per racconto della propria verità fatto secondo la propria personale finzione, ecco, provate a leggere questa descrizione del pranzo natalizio, tra vecchi di ieri e giovani di oggi; io credo che vi ci riconoscerete un po’. E, lo spero per me che scrivo, mi auguro ci sia ancora qualcuno che possa riconoscersi tra i giovani. Ma non credo:

 

E non pensiate che sia sufficiente essere giovani dentro o ascoltare musica del 2017 per risultare interessanti agli adolescenti di oggi. Le case della nonna stanno a noi come i nostri goffi tentativi di ridurre il gap anagrafico stanno a loro. Il risultato è che sempre vecchi siamo, come vecchi ci sembravano i nostri vecchi che poi vecchi non erano ma, anzi, spesso erano meno vecchi di quanto non lo siamo noi ora rispetto ai nostri figli.

Davide Profumo
Davide Profumo
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