spogliarsi delle vesti

C’è una risposta molto interessante, entro un’intervista altrettanto interessante, che ho letto ieri sul web: l’ha data Antonio Di Grado, critico letterario tra quelli che seguo con ostinata attenzione, studioso di autori come Leopardi e Sciascia e altri ancora, che restano punti di riferimento intellettuali a cui non so rinunciare… Alla domanda della sua intervistatrice, Valentina Di Cesare, che gli chiedeva cosa intendesse per «anarchia» come categoria letteraria (una delle ossessioni di Di Grado, una delle lenti di ingrandimento che gli hanno permesso di leggere autori anche classici in modo molto originale), il critico ha dato questa mirabile risposta:

 

È prima di tutto una scelta esistenziale, non “politica”: nel senso che non si identifica con nessun raggruppamento politico recante quel nome. È una scelta di inappartenenza, di estraneità, di radicale dissenso rispetto a un “mondo” che tutte le ideologie e gli schieramenti ritengono sostanzialmente immutabile, tutt’al più da rabberciare con parziali aggiustamenti. Come scrivevo in quel libro, «l’anarchico fa a meno delle istituzioni e si sottrae alle norme con la stessa grazia innocente con cui Francesco ad Assisi si spogliò delle vesti. È ovunque uno straniero, di ogni appartenenza e credenza si libera con lo stesso gesto agile e sprezzante con cui messer Guido Cavalcanti si liberò della molesta brigata. Fa il vuoto dentro e attorno come un mistico in estasi, anela al regno a venire come i mendicanti dello spirito delle Beatitudini, sfiora incontaminato il caos con la leggerezza di Ariel, balbetta parole incomprese di bellezza come il principe Myskin, l’“idiota” di Dostoevskij: «Se idiota, per questo mondo, vuol dire diverso e anzi discorde, difforme, inspiegabile, irrecuperabile, straniero». Quanto alla letteratura, ho osservato che due spettri atterriscono il borghese della seconda metà dell’Ottocento: l’adultera e l’anarchico. Entrambi esibiscono, nelle loro bandiere o sulle proprie carni, una “lettera scarlatta”: la A impressa sul petto di Hester Prynne e quella sventolante nei neri vessilli dei ribelli, dei libertari, dei regicidi. A come adulterio, A come anarchia. Ma se del primo si è detto e scritto tanto, e delle Bovary e Karenine che popolano quella letteratura, poco o nulla si è detto e scritto della seconda, e del rapporto intriso di sgomento e al tempo stesso di fascinazione che gli scrittori intrattennero con le idealità e le pratiche di Bakunin e Kropotkin, di Cafiero e Malatesta, e dei loro seguaci.

 

Ma è tutta l’intervista a valere il tempo che si spende a leggerla. E (lo sottolineo per convincervi definitivamente a seguire il link che vi ci porta) arriva a un finale quasi sorprendente, molto originale, che mi sento di condividere davvero in toto. Se scendete fin laggiù, sappiatemi dire cosa ne pensate voi. Ma se invece il caldo vi avesse un po’ impigriti e aveste quindi già deciso di rimandare la lettura a un altro giorno, più ventilato, non scappate: ho un’altra ben più agevole proposta per voi. Niente da leggere, solo qualche piccolo paragone. Perché tutti nel mondo abbiamo ascoltato del gigantesco iceberg che si è staccato dall’Antartide in questi giorni, tutti abbiamo pensato che il pianeta sta facendo una brutta fine, tutti abbiamo sperato che questa fine sia il più tardi possibile, ma tutti, nelle diverse nazioni che abitiamo, abbiamo anche paragonato l’iceberg a un luogo che conosciamo, per «farci un’idea», per immaginarlo. In Italia abbiamo detto che era grande come la Liguria, in altri paesi hanno scelto altri paragoni: qui trovate un nutrito elenco di possibilità, che è anche l’elenco dei luoghi da cui cerchiamo di guardare il mondo, cercando di capirlo, di «farci un’idea», di immaginarlo al di là dei confini geografici che inevitabilmente abitiamo.

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Davide P.
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