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sopravvivenze

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In una poesia che lessi alcuni anni fa e che non ho la forza, stamattina, di provare a recuperare nel labirinto delle mie librerie firmate Ikea, Borges concludeva con l’immagine delle sue migliaia di libri, che lo circondavano, che lo assediavano, che costituivano la sua babele personale e che gli sarebbero sopravvissuti, ignorando persino (e per sempre) la sua esistenza.

 

Ho pensato a questa sopravvivenza, in questi giorni. Ci ho pensato perché sono vicino a un ennesimo trasloco (riscopro i miei libri – e le mie librerie, e il loro peso – ad ogni trasloco) e anche perché oggi sarebbe pure il giorno della memoria, di ciò che sopravvive nel ricordo (e di cui per pudore mio non dirò nulla) e perché ho letto alcuni post che mi ci hanno fatto pensare: a ciò che è sopravvissuto e che, per fortuna, mi sopravviverà.

 

Innanzitutto, i manoscritti. Ho letto che il progetto di digitalizzazione della collezione di manoscritti della biblioteca vaticana è ormai molto avanzato (se ne parla qui). Ne ho gioito e sono andato a guardarmi qualche codice, di quelli disponibili on line. E subito sono andato a cercare il codice Vat. Lat. 3195, quello degli autografi di Petrarca, quello che ci ha consegnato una delle raccolte di versi più durature della storia dell’uomo (lo trovate qui, se come me coltivate questo tipo di perversioni). Mi sono un po’ emozionato, come ogni volta che ne ho visto una riproduzione; ho pensato che è bello che tutto questo sopravviva a me e a voi, mi sono confortato.

 

Ma non è stato solo questo. Anche il latino, che sempre più scoraggiato insegno a poveri inconsapevoli studenti liceali, anche il latino mi ha fatto pensare. Perché ho letto un’intervista di Massimo Manca, che è latinista di grande pregio, e l’ho trovata finalmente convincente, non retorica, non zeppa di luoghi comuni come i troppi libri che parlano dell’«attualità» del latino e dicono soltanto, a conti fatti, di quanto rimpiangano la loro personale giovinezza quelli che tali libri li hanno scritti. Massimo Manca per fortuna no, dice cose puntuali e sobrie. E per esempio questa:

 

E poi, conoscere un po’ più delle solite trecento parole e vederne in controluce la storia; e poi, parlare di democrazia, di potere, di sentimento, di guerra, di amore, di morte. E poi leggere Cicerone, Demostene, imparare come si argomenta e come si fa propaganda, quando si dice sul serio e quando si scherza. E poi, imparare a non scoprire l’acqua calda, visto che quasi qualsiasi cosa diciamo in un àmbito non strettamente tecnologico l’ha già detta qualcuno duemila anni fa. Naturalmente, se vogliamo studiare una civiltà del tutto “altra”, il cinese va meglio; se vogliamo studiare una lingua difficilissima consiglio l’ungherese; se vogliamo studiare il passato va bene anche un libro di storia; se vogliamo studiare il rigore logico è ottimo imparare a programmare (anche in una “lingua morta” informatica come il Pascal, possibilmente in una versione precedente all’introduzione dell’istruzione GOTO); se vogliamo sviluppare la concentrazione, consiglio gli scacchi; se vogliamo imparare a parlare, un corso di dizione. Ma se vogliamo tutte queste cose insieme, il latino è perfetto: lo considero un po’ il decathlon dello sviluppo personale. Credo gli manchi un buon ufficio marketing, e non nascondo che qualche volta i latinisti sono i peggiori testimonial del latino e la divulgazione tende un po’ a tradursi nel “ti racconto sempre la stessa roba, ma con un linguaggio ggggiovane.

 

Ma a sopravvivere è soprattutto il canto, la poesia: lo sapete, sapete che lo penso, sapete che non mi stancherò mai di ripeterlo, sapete stancamente che lo ripeto quasi ogni domenica. E oggi, proprio poche decine di minuti fa, ho letto versi di un poeta croato che nemmeno sapevo che esistesse (si chiama Ivan Lalic), il quale mi ha confermato in questa unica sopravvivenza a cui non sono mai riuscito smettere di credere. Muore tutto, non muore il canto, muore tutto, non la poesia, muore tutto, non muoiono né Orfeo né Virgilio né Dante né Petrarca e nemmeno Borges; muore tutto, non muore tutto: qualcosa sopravvive. Leggete qui, quello che egli scrive, leggete anche il commento che ne scrive Roberto Mussapi. La nostra memoria è infine questa:

 

Gli tapperanno la lingua inturgidita dalle botte, dalla tortura: la lingua di Orfeo, il poeta, il cantore che affascina uomini, bestie e piante con il suo canto. La sua lingua, il dono della voce, strappata. La lira, che nessuno come lui mai ha suonato, per accompagnare i versi e il canto: non solo la lira fatta a pezzi per terra, ma la clavicola di Orfeo svelta dall’omero, la clavicola su cui lo strumento a corde appoggiava. Siamo in guerra, una delle tante infinite guerre, Orfeo è un militare, sul bastione, di guardia, esposto alla morte come ogni sodato sul bastione, obbligato a uccidere. Quello che gli uomini, con la guerra, con i bastioni, con i muri di Berlino e Donald Trump, quello che gli uomini uccidono non è il presupposto nemico, è la voce di Orfeo, la poesia, il canto. Eppure Orfeo, il poeta progenitore e dio e primo di tutti i poeti, sta parlando, con la mente, prima che gli sia strappata la lingua che incanta. E vatìcina, , come solo la poesia può fare, che questo, questo della guerra è il tempo in cui la poesia è obbligatoria, il canto indispensabile.

 

[Che poi, se proprio volete, posso proporvi anche alcune righe più tradizionali, proprio sul giorno della memoria. Parlano di Hitler, infatti. Le ha riportate Mantellini sul suo blog, ma sono di Albert Einstein. Io credo che è da quel punto, per esempio, che potremmo cominciare a ricordare.]

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Davide Profumo
Davide Profumo
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2 Comments

  1. virginiamanda ha detto:

    Grazie.
    Per questi spunti incoraggianti.

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