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senza un disegno

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Mi piace (anche se sono sicuro che non otterrò l’esito che vorrei, non ne sono capace) mettere insieme stamattina tre spunti diversissimi tra loro, tre frammenti che da ieri sera mi girano nella testa (forse nella carne) senza trovare una collocazione razionale, senza un ordine, e di cui, pertanto, non so liberarmi.

Il primo riguarda naturalmente Quino, il fumettista, quello che tutti ricordiamo come il disegnatore di Mafalda e che è morto proprio ieri. Ho recuperato una sua vecchia intervista del 2014 (la trovate qui), ho rivisto vignette e disegni che credevo di avere dimenticato. C’è questa, per esempio, che parla anche di me e di questo oblò. E poi c’è soprattutto questa, che potete, se volete, guardare mentre leggete la precisa presentazione dell’ultimo libro di Carlo Rovelli, che si intitola Helgoland e che parla di fisica dei quanti. Un accoppiamento giudizioso, secondo me.

Ma non c’è solo Quino. Anzi, siccome ognuno torna costantemente sui suoi passi e non si stanca mai di replicare il suo proprio errore, non sono riuscito a liberarmi, ieri sera, neppure di questa densissima intervista che Romano Luperini ha lasciato a proposito di Franco Fortini, della sua poesia e della sua possibile eredità intellettuale (esistono le eredità intellettuali? possiamo coltivare questa minima speranza? Luperini dice che forse sì, che forse questa è una speranza che ci è concessa…). Perché ci ho trovato dentro alcuni passaggi importanti, altre schegge che non riesco a togliere dalla mia carne. Come questa, per esempio:

… l’intellettuale ormai è così integrato nella organizzazione della cultura che i suoi poteri sono ormai «derisori e limitatissimi». E in effetti oggi la critica letteraria tende a non esistere più, sostituita dallo studio accademico o dalla attività di intrattenimento giornalistico, il primo chiuso nella autoreferenzialità della cultura universitaria e ormai incapace di cercare un interlocutore nella società civile, la seconda rivolta al facile successo di pubblico. Se per Fortini la critica non può che essere «militante», oggi lo spazio per qualsiasi tipo di militanza sembra, se non del tutto venuto meno, certo confinato nella marginalità e nella periferia del sistema.

Ma anche nel ritornare a questa bella intervista, che vi consiglio intera (la trovate qui), non riesco a fare a meno di pensare che c’è un altor articolo, uscito ieri, che mi ha colto di sorpresa mentre cercavo di dare contorni a una mia sensazione, da settimane, senza riuscirci. Lo ha scritto Gianni Montieri (lo trovate qui) e parla di calcio. Non tanto di una partita o di un giocatore, quanto piuttosto di noi che guardiamo il calcio da lontano, mentre il calcio si gioca da solo, senza che nessuno lo guardi da vicino. Uno strano spettacolo virtuale, una specie di playstation nazionale, qualcosa che mi ha turbato fin da subito e che ieri sera, grazie a Montieri, sono riuscito a mettere un po’ più a fuoco. Così, per esempio:

Me ne stavo lì, in poltrona, il Napoli aveva appena vinto la Coppa Italia contro la Juventus, ma mi sembrava che non fosse accaduto davvero, le tribune vuote mi facevano pensare a un allenamento a porte chiuse, o –  se preferite – a una specie di prova generale. Per molti giorni mi è parso che si giocasse una partita unica, nella quale i calciatori ogni tanto si cambiavano la maglia; una partita in cui l’errore dell’attaccante a porta vuota non sembrava così grave, poteva riprovarci. Nessuno sugli spalti, nessuno fischiava, nessuno applaudiva. La Spal e l’Inter sembravano lo stesso team, poi – naturalmente – non era così, le cose accadevano, i gol brutti o belli che fossero valevano, che ci sentissimo strani o no qualcuno prendeva i tre punti, qualcun altro restava a zero.

Fate quindi conto che siano dei ritagli che lascio qui per la fine di questa estate (che, mi pare, non smette mai di finire, quest’anno). Non so costruirci né un mosaico né un progetto né un disegno complessivo; ed è forse proprio questa assenza di un disegno che tutti, in vario modo, raccontano.

Davide Profumo
Davide Profumo
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