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sensi di colpa

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Siamo arrivati al punto: dobbiamo pagare le tasse. Io e la mia compagna, in questi giorni di caldo mediterraneo (qualità di caldo assai più piacevole di quello padano, ve lo devo confessare), ci guardiamo attoniti e, senza nemmeno pronunciare parola, sappiamo che stasera, oppure domani sera, oppure domenica (tutta la domenica, mammamia!) dovremo metterci lì al tavolo, uno da una parte uno dall’altra, e cominciare: a compilare i modelli, a verificare i numeri, a controllare somme e sottrazioni, per pagare le tasse. E i miei modelli saranno complicati, ma i suoi lo saranno molto di più… E questo ci getterà in crisi e ci lascerà prostrati per diversi giorni, stanchi anche dopo che ce l’avremo fatta, come riemersi da un’alluvione cui pareva impossibile sopravvivere: ma sarà luglio e avremo finalmente pagato le tasse!

 

Ecco, è il frutto di questa personale angoscia di questi giorni il passo letterario che vi propongo oggi. Lo ha scritto Giorgio Manganelli e lo ha riportato in questi giorni Paolo Nori. Io lo trovo straordinario e (purtroppo) abbastanza vero. Comincia così e merita senz’altro una lettura integrale:

 

Stamane ho pagato le tasse. Come ogni volta, ho avvertito un oscuro, profondo, incomprensibile piacere. Non avete capito male: pagare le tasse mi dà una gradevole, indubitabile eccitazione. Non lo nego: è una faccenda strana. Anomala. Stravagante. Ne ho parlato ad un mio amico psichiatra – ho molti, affettuosi, cauti e solleciti amici psichiatri – che mi ha guardato con un sorriso non privo di tenerezza.

Mi sono chiesto spesso: perché, vecchio idiota, ti fa piacere pagare le tasse? È del tutto chiaro che in questo compiacimento non v’è traccia di esibizionismo civico; non mi offro come modello, come esempio del buon cittadino, virtuoso come un antico spartano. Come tutti gli italiani degni di questo nome, io sono un cittadino mediocre, diciamo pure scadente. So di esserlo, sebbene non sappia dire esattamente in che modo si esprima codesta mediocrità. Lo sono globalmente, come uno è avvocato o padre di famiglia. Segni particolari, nessuno.

Credo che tutti gli italiani si sentano più o meno a questo modo. Se l’inglese è impeccabile, o lo era, se l’americano è espansivo, e il tedesco efficiente, l’italiano è colpevole. L’italiano non si stupisce se qualcuno viene arrestato, mai. Lo trova naturale. Solo silenziosamente si stupisce di non essere lui, l’arrestato.

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Davide Profumo
Davide Profumo
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