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sapere non basta

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Due giorni fa, Alberto Ravasio ha pubblicato un lungo e articolato post, sul sito «La balena bianca» (lo trovate qui), che parla di Michel Houellebecq e della sua letteratura. Ma non soltanto, in realtà: è un post che parla di Michel Houellebecq e della sua figura mediatica. E nemmeno soltanto questo, a essere precisi: è un post che spiega per tutti, mentre lo spiega per Houellebecq, quale possa essere il rapporto tra letteratura contemporanea e editoria, tra classifiche dei libri e qualità della scrittura, tra talento letterario e successo.

Per questo, anche se non siete ferventi lettori dei romanzi di Michel Houellebecq (come io sono, considerandolo forse il più grande tra gli scrittori viventi [ma anche questa è una classifica, varrebbe la pena di astenersene… me ne astengo, dunque]), vi consiglio di dedicargli una possibilità di lettura. Perché Ravasio riesce a disegnare una bella parabola della carriera letteraria dello scrittore francese ma anche a fornire un’interpretazione efficace dei suoi ultimi libri e della piega vagamente profetica che hanno preso, individuando in tale piega la loro debolezza, se così si può dire.

E per esempio ci induce a interrogarci su una differenza tra i romanzi di Houellebecq che molti di noi lettori hanno sperimentato, senza comprenderla:

Si può concepire Houellebecq anche senza Sottomissione e Serotonina, ma non senza Le particelle elementari e La possibilità di un’isola, un po’ come se tutto quel che d’irriducibilmente houellebecqiano è presente negli ultimi libri fosse già presente nei primi, ma qualcosa di quel che c’era nei primi fosse andato perduto, una certa urgenza espressiva, un inconfondibile modo di descrivere l’umanità e le sue miserie. Non è ben chiaro però, e qui sta il paradosso critico, dove risiederebbe il presunto appannamento, visto che, se ci limitiamo al cosiddetto mestiere di scrivere, Houellebecq è progressivamente maturato, soprattutto dalla Carta e il territorio, suo formidabile autoritratto indiretto, che non a caso gli valse il Goncourt.

È esattamente a partire da questa considerazione che l’articolo di Alberto Ravasio trova, secondo me, il suo spunto vincente. Ed è a partire da questa perplessità che giunge infine a proporre una tesi valida per Houellebecq e non per lui soltanto. La tesi è (sinteticamente) questa:

Lo scrittore, dopo aver esordito, non ha più il privilegio della lentezza e della ricerca, deve essere veloce e attuale, riconoscibile ma sempre diverso, appartato ma presente, essere serialità, brand, deve intervenire nel dibattito pubblico, e così la sua letteratura, andando di fretta, dovendo dimostrare sempre se stessa, ogni paio d’anni con un libro e ogni mese con un articolo, rischia di convertirsi in giornalismo. Sono queste le malattie, forse incurabili, dello scrittore contemporaneo.

Ma per arrivare a questo punto, l’articolo attraversa molte altre tappe, tanti scrittori (da Borges a Camus a Calvino), riesce a mettere a fuoco tante questioni e, in conclusione, a fornire un’interpretazione della narrativa di Houellebecq che va ben oltre il superficiale profetismo di alcune delle sue recensioni più ovvie. E ben oltre, anche, l’idea di lettura di un romanzo che nel tempo ci siamo fatti. La letteratura di Houellebecq (ma non solo la sua) ne esce come l’«isola» di cui volevamo la «possibilità», come la strada che pareva difficile individuare e seguire, come una traccia per lo smarrimento che ci aveva colto (e scusatemi il lessico dantesco, lo so…).

E mi ha fatto quindi venire in mente quest’altro libro, appena uscito, che ha questo titolo davvero così profetico, anche lui: La letteratura ci salverà dall’estinzione. Che è un libro (lo trovate presentato qui) che indica sul serio una strada, una «possibilità» (di un pianeta però, non di un’isola) e dice che è l’empatia la chiave del futuro, e che l’empatia è figlia delle narrazioni, dei racconti, delle immedesimazioni, delle storie finte che sentiamo vere, di Ulisse, di Arianna abbandonata, di Enea che abbandona Didone, di Francesca che tradisce con Paolo, di Beatrice che muore, di Laura che riappare in sogno, di Renzo che si perde a Milano, e quindi anche di Daniel 25, ultimo uomo del mondo, solo davanti alla tastiera di un computer.

«Sapere non basta», dice l’autrice di questo interessante saggio. Lo ripete più volte: «Sapere non basta»; se non siamo capaci di immaginare, sapere non servirà mai a niente. (Lo diceva anche Dante, mentre si perdeva nella selva, il sapere non gli era bastato mai…) Ecco, ho pensato io, è così. E alcuni romanzi di Houellebecq hanno immaginato l’inimmaginabile che era presente, ce lo hanno messo davanti agli occhi, hanno fatto sì che lo vedessimo.

Sapere non basta, raccontare aiuta perché ci fa immaginare. Raccontare ci può salvare. Lo sapeva anche Dante, smarrito dalla sua via: se la letteratura ci salva è perché abbiamo immaginato la strada della nostra salvezza e poi, verso dopo verso, l’abbiamo anche seguita.

Davide Profumo
Davide Profumo
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