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saper tornare

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[Mi piace ogni giorno di più il verbo «tornare», da qualche tempo. Mi piace considerare e apprezzare il fatto che molte cose belle ritornano, come le mattine di giungo; mi piace l’idea che ho imparato poche cose, in questi anni, ma una di sicuro: ho imparato a tornare. Mi piace pensare che tornerò in alcuni luoghi che non ho mai dimenticato, prima di smettere di tornare; mi piace credere che sia una virtù dell’invecchiare, questo tornare e tornare e continuamente tornare sulle stesse parole, gli stessi versi di sempre, le stesse domande. Mi piace questo verbo, questa azione, ci leggo una saggezza che so di non possedere. Io sono sempre stato uno che fugge, non uno che torna. Ma forse sto imparando ad amare la nostalgia, è questo che mi piace.]

Duecentoquarantuno. La sera del 2 aprile del 1968, duecentoquarantuno persone abbandonano l’Uptown Theatre di Washington prima della fine di 2001: Odissea nello spazio. È il giorno della “prima” del film, dopo quattro anni di lavorazione: un anno e mezzo di preproduzione, sei mesi di riprese e due anni di postproduzione. Il risultato è lì: un’opera di fantascienza che sfugge a qualsiasi catalogazione di genere e spiazza la platea della première; tra coloro che lasciano anzitempo la sala c’è anche Rock Hudson, il divo de Il gigante, che si abbandona a un’esclamazione colorita: «Qualcuno potrebbe dirmi di che cazzo parla questo film?».

Inizia con queste parole un bel post a proposito di un film di fantascienza che ha compiuto da poco cinquant’anni ma che continua a parlarci del nostro presente, che è l’unico tempo che a ben vedere non gli appartiene. E poi prosegue, il post, raccontando alcuni aneddoti sul film e su Kubrick, ma anche accennando alcune possibili interpretazioni che mi sono sembrate suggestive e azzeccate. E per esempio arriva a dire così:

Un grande film sulla ragione, il racconto di un Nostos sottolineato sin dal riferimento omerico nel titolo. L’uomo realizzatosi nella storia “torna” all’origine della sua evoluzione, nel mito dell’eterno ritorno. Le tappe di questo viaggio sono scandite, nel film, da capitoli che coincidono con oggetti e situazioni spiazzanti e inquietanti, che si caricano di un forte valore simbolico e che affascinano anche a distanza di dieci lustri.

Ed è stato proprio il tema del «nostos» ad attirarmi e a farmi proseguire nella lettura. E a restituirmi il desiderio di rivedere quel film (e sarà l’ennesima mia visione…) e di ripensarci e di riparlarne qui. Un eterno ritorno a un’opera che segnò in qualche modo la mia preadolescenza e a cui mi sembra ogni anno più difficile non attribuire un fortissimo potere predittivo.

Ma c’è anche un altro ritorno che volevo suggerire oggi, a me stesso prima che a chiunque altro. Ed è un ritorno alla poesia d’amore, se mi permettete di farlo; un ritorno al «cuore». Perché ho letto un lungo post scritto pochi giorni fa da Matteo Marchesini, a proposito di questo tema, e mi è sembrato un post importante, ricco di spunti, pieno di idee e anche splendidamente venato di una nostalgia per una poesia che racconti il sentimento più facile e più diffiicle di tutti, l’amore appunto, quello a cui sempre, inevitabilmente, torniamo.

Marchesini cita due poesie che amo molto, in questo post., Una è di Umberto Saba, l’altra di Giovanni Raboni. E vi consiglio almeno quelle, se non avete tempo per tutto il resto. Le quali poesie (in un post che prende il titolo proprio da uno dei versi di Raboni) sono introdotte così:

Ma se dovessi compilare quell’antologia, io la aprirei in un altro modo. La aprirei con due testi nei quali le domande su Amore e Morte che alonano la più tipica poesia d’Occidente dal Medioevo al Novecento riecheggiano nel nido buio della coppia; e lì, in una situazione d’intimità reale, non vagheggiata ma vissuta, vengono affrontate e approfondite, conservate e superate, o piuttosto scontate, tra tenerezze tremanti e pene solitarie. Parlo di due testi dove l’amore è assolutamente vero e al tempo stesso “impossibile”: “Vecchio e giovane” di Umberto Saba e “Canzonette mortali” di Giovanni Raboni. In entrambi i casi un uomo anziano, con gli occhi sbarrati nell’ombra, veglia su un corpo giovane disteso accanto a sé nel letto, e cerca di accettare l’incommensurabilità dei rispettivi destini biologici.

E mi pare che possa essere già abbastanza, anche per questo primo mercoledì di giugno.

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Davide Profumo
Davide Profumo
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