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Rudolf Virchow (1821­-1902)

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Nacque a Schivelbein, in Pomerania, una regione della Prussia del Nord. Da studente in medicina cominciò ad interes­sarsi con passione all’anatomia patologica, materia che coltivò e perfezionò a lungo, sia nella parte macroscopica, attraverso il perfezionamento della tecnica settoria, che in quella microsco­pica. Il risultato più noto da lui raggiunto consistette nell’indi­viduazione della cellula come unità costitutiva di base di ogni processo biologico.

Dopo la laurea, si trasferì a Berlino per lavo­rare all’Ospedale della Carità. Nella vita di Virchow è difficile scindere l’elemento scientifico dall’attenzione ai problemi sociali e politici. Utilizzò il suo indiscusso prestigio per portare avanti un’opera di tutela nei confronti dei più deboli, occupan­dosi delle classi più disagiate. È rimasta famosa una sua frase secondo la quale l’impegno professionale del medico doveva configurasi come quello di un vero e proprio avvocato per i pove­ri. Questa tensione morale non era nata dal nulla. Come spes­so avviene nel corso della vita di un uomo recava il proprio punto di partenza in un’esperienza giovanile ben precisa.

Nel 1848 Virchow venne inviato dal governo prussiano in Alta Slesia, una regione di tradizione mineraria fin dal Medioevo, dove era scoppiata una virulenta epidemia di tifo. Le famiglie dei minatori, per lo più povera gente di origine polacca, sfrut­tati e logorati da un lavoro ai limiti della sopportazione umana, erano spesso colpite da improvvise e inarrestabili ondate di una febbre epidemica ricorrente.

Il lavoro di Virchow si protrasse per qualche settimana e il suo esito fu un dettagliato rapporto alle autorità in cui lo scien­ziato tedesco giungeva a conclusioni del tutto innovative per quei tempi. Il resoconto si apriva con una descrizione geografica, antropologica e sociale della regione. Trattandosi di mano­dopera di origine polacca nemmeno la chiesa cattolica veniva risparmiata, attraverso l’osservazione del suo ruolo in una real­tà divisa in rigide classi che impedivano ogni mutamento della struttura sociale, rendendo le varie componenti etniche e reli­giose, formate da cattolici, protestanti ed ebrei, rigidamente separate tra di loro e in una condizione di rivalità reciproca. Il tifo veniva descritto attraverso un accurato resoconto clinico. Le conclusioni sottolineavano come le cause dell’epidemia fossero più di tipo sociale che medico. Lucidamente e coraggiosamen­te veniva affermato che l’economia e la dinamica politica dell’Alta Slesia avevano esercitato un ruolo determinante sulla nascita e il decorso del male. Un ruolo che aveva provocato le condizioni in cui i minatori e le loro famiglie erano costretti a vivere, o piuttosto a sopravvivere, in miserabili e malsane abita­zioni dove la malnutrizione li rendeva ancora più vulnerabili alla malattia. Le proposte che Virchow avanzò per rimediare a que­sta situazione erano radicali.

Per la prima volta si affermava la necessità che la medicina dovesse farsi carico di un ruolo di difesa sociale. Un ruolo che doveva essere di intervento attivo, che costringesse le autorità a profonde riforme e a mutamenti che ponessero fine alle condizioni generali che avevano pro­mosso l’epidemia. La relazione affermava come la salute delle persone fosse una questione di diretto interesse per la comuni­tà e per lo stato. Dichiarava che le condizioni sociali ed econo­miche costituivano un importante fattore di promozione o degrado della salute. Le misure che dovevano essere prese dalle autorità per promuovere la salute e combattere le malattie sarebbero state di tipo sociale, oltre che medico.

I moti liberali del 1848-­49 fecero nascere anche in Germania aspettative di grandi cambiamenti. L’intera Europa si andava scuotendo dal torpore generato dalla Restaurazione post napoleonica e dalle conseguenze del Congresso di Vienna. L’adesione del giovane medico all’ideologia liberale gli comportò l’allontanamento dall’Ospedale della Carità. Si trasferì per alcuni anni a Würzburg, dove si dedicò allo studio delle alterazioni istologi­che attraverso l’utilizzo del microscopio. Da qualche anno erano infatti state risolte le problematiche tecniche legate alla scarsa qualità delle lenti di questo apparecchio, difetti che ne avevano limitato per oltre due secoli l’utilizzo oltre le poche decine di ingrandimenti.

A Würzburg Virchow lavorò presso la locale Università come professore di anatomia patologica. Era un docente brillante e impeccabile, dall’esposizione chiara e dalla logica stringente ed efficace. Tra i suoi allievi vi furono personalità del calibro di E. Klebs, A. Kussmaul ed E. Haeckel. Fu in questa sede, durante alcuni anni di intenso lavoro e stu­dio, che Virchow arrivò a delineare con precisione il suo con­cetto di patologia cellulare. Le lesioni organiche microscopiche si riflettevano sulle alterazioni macroscopiche osservabili negli organi.

Virchow divenne il sostenitore di una concezione dina­mica del processo patologico, alla cui base tentò di individuare delle lesioni che consideravano la cellula come il fondamento di ogni meccanismo di conservazione della salute di un tessuto o della sua trasformazione in un’entità malata. Si trattava di una vera e propria rivoluzione ideologica e culturale. La visione scientifica della medicina veniva spogliata dall’individualità che per secoli aveva connotato il presentarsi dei sintomi e delle malattie negli esseri umani. La teoria cellulare permetteva di rifarsi ad un modello di indagine scientifica e di riconoscimen­to delle cause. La cellula costituiva il mattone fondante della complessità corporea, un’unità di base la cui variazione da una condizione di normalità ad uno stato patologico di malattia poteva essere esaminata chiaramente, nel tentativo di ricavarne delle leggi unitarie che valessero sia per quel caso specifico che per tutti gli altri esseri umani del presente e del futuro.

Nel 1856 Virchow ritornò a Berlino, sempre alla cattedra di anatomia patologica. In questa città pubblicò nel 1858 il Trattato di Patologia Cellulare o Cellularpathologie, in cui ridefinì con mag­gior cura e precisione la teoria basata sulla centralità della cel­lula come elemento costitutivo di ogni tessuto biologico: omnis cellula ex cellula. Questo aforisma affermava come ciascuna cel­lula nascesse da una cellula preesistente e fosse responsabile, alterandosi per cause che dovevano essere scoperte, delle altera­zioni macroscopiche e microscopiche che venivano riscontrate all’esame del corpo umano.

L’attività politica di Virchow otten­ne risultati importanti, che collocarono la Prussia prima e la Germania poi in una posizione di avanguardia nelle misure di prevenzione sanitaria. La sua partecipazione alla vita politica tedesca dell’epoca culminò nell’elezione tra le fila del partito liberale al parlamento imperiale, dove rimase dal 1880 al 1893, quando divenne rettore dell’università di Berlino. Fu un perio­do di fervente attività, che vide il medico e politico Virchow opporsi perfino alle strategie ed alle decisioni autoritarie del cancelliere Bismarck grazie al proprio prestigio.

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