Con l’evoluzione storica e sociale che si è avuta negli ultimi cento anni, alla complessità di fondo che sottendeva il processo di relazione tra il medico e il paziente è venuta ad intrecciarsi una maggiore consapevolezza del malato riguardo ai propri diritti e alla necessità che questi vengano rispettati in ogni momento della vita.

La bioetica ha acquistato un rilievo sempre maggiore nella cura delle persone. Il medico da solo, nel proprio ruolo di terapeuta, non appare sempre preparato a gestire la complessità delle domande cui deve cercare di dare risposta. Può trovarsi ad affrontare delle problematiche esistenziali ed umane che sembrano esulare da un contesto puramente tecni­co. Le idee del filosofo e docente di diritto americano Ronald Myles Dworkin hanno influenzato da tempo la modalità di porsi del paziente nei confronti del medico e dell’istituzione sanitaria.

Il pensiero di Dworkin si basa sulla centralità della dignità dell’individuo e sui rapporti di questi con la struttura sociale in cui vive ed agisce. Teorico di un accentuato liberali­smo, basato sui diritti civili della persona, Dworkin sostiene come ogni contesto demografico debba per prima cosa essere garante di una condizione di uguaglianza. Secondo questo filo­sofo un vero liberalismo deve essere basato su di una considera­zione degli individui come eguali e su delle istituzioni giuridi­che e politiche che esistano come organi finalizzati a garantire il diritto di ognuno ad un pari rispetto. Il liberalismo diventa una teoria dei diritti della persona presi sul serio, come dal titolo di un’opera dello stesso Dworkin.

La visione di questo filosofo ha influenzato l’applicazione in diversi paesi del concetto di living will. Con queste parole si definisce l’atto attraverso il quale una persona, nel pieno pos­sesso delle facoltà mentali, esprime liberamente la volontà o incarica delle altre persone di sua fiducia di eseguirle in ordine ai trattamenti sanitari ai quali vorrebbe o non vorrebbe essere sottoposta.

Queste disposizioni riguardano l’eventualità in cui, per effetto del decorso di una malattia o di traumi improvvisi, il soggetto non sia più in grado di esprimere il proprio consen­so o il proprio dissenso informato a chi lo dovrà assistere. Il concetto di living will (volontà del vivente) fu introdotto nel 1906 negli Stati Uniti d’America da una legge dello stato dell’Ohio. Solo negli anni Sessanta del XX secolo ha iniziato a diffondersi nella pratica medica americana, tanto da essere disciplinato da un’apposita legge federale del 1991, la Patient self determination act, cui si sono adeguati i singoli stati dell’Unione.

In Europa un primo riconoscimento legislativo è arrivato intorno al 1990 e solo in alcuni paesi come l’Olanda e la Danimarca. In altre nazioni europee il dibattito rimane acce­so ed aperto, anche per le conseguenze legate ad un terreno comune di scontro, piuttosto che di confronto e di dialogo, tra una concezione laica e una religiosa delle problematiche lega­te al fine vita che sembrano fare a gara nell’autoescludersi a vicenda.

L’autodecisione del malato solleva molti dubbi e inter­rogativi, tuttavia il concetto di living will sta comunque a ricordarci come alla base della professione del medico debba esistere una comunicazione efficace tra questi, il paziente e la famiglia. Instaurando un processo di comunicazione interper­sonale corretta e comprensibile con il paziente, il medico può non solo ottenere delle informazioni utili per indirizzare il per­corso diagnostico e terapeutico, ma anche suscitare un buon livello di soddisfazione e di consenso, che inciderà positiva­mente sui risultati clinici complessivi e su di una maggiore serenità nella previsione degli esiti della malattia, qualsiasi pos­sano essere.

Redazione ATBV

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