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ricchi e attoniti

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A Pasolini venne l’idea di intervistare uomini e donne, adulti e bambini, contadini e universitari, da Nord a Sud, per creare una sorta di sostegno didattico utile all’educazione sessuale degli italiani: come nascono i bambini, la soddisfazione nella vita matrimoniale, le differenze tra i sessi, la gelosia, l’infedeltà, l’omosessualità, le perversioni, l’onore, la prostituzione e le case di tolleranza, messe al bando con la legge Merlin. Temi avvicinati e affrontati, più che con la parola, con l’imbarazzo e la reticenza – intatti quanto le pulsioni primordiali – propri dei discorsi che ci riguardano direttamente. Come se la società dell’epoca, a cavallo tra la rigida morale cattolica e i nuovi imperativi consumistici, non avesse ancora trovato un modo per raccontare e raccontarsi il sesso.

 

Ma in verità io ho subito (ma proprio subito) pensato un’altra cosa: e cioè che forse noi lo abbiamo trovato, un modo per raccontaci il sesso, quasi cinquant’anni dopo, può anche essere vero, io ne dubito, ma posso anche accettarlo e fare finta di niente. Ma anche se lo abbiamo trovato, quello che ci manca è ancora qualcos’altro, un passo più in profondità, un nucleo ancora più autentico, un’essenza che va ben al di là dei costumi sessuali e della consapevolezza che sappiamo averne e della capacità che abbiamo di raccontarceli. Ed è qualcosa che in fondo cerchiamo sempre senza trovare mai, qualcosa che ha a che fare con la fallibilità e la finitezza ovviamente, ed è il segreto del nostro raccontare, e quindi del nostro fare letteratura e quindi, in parte, anche del nostro essere qui a scrivere e a leggere parole nella sostanza completamente inutili.

 

E allora, sì, rapidamente e gordianamente, sì: Bisogna davvero guardare e riguardare «Comizi d’amore» di Pasolini per capire l’Italia di oggi, perché:

 

Tutti gli Italiani compiono atti identici, hanno lo stesso linguaggio fisico, sono intercambiabili. Cosa vecchia come il mondo, se limitata a una classe sociale, a una categoria: ma la novità è che questi atti culturali e questo linguaggio sono diventati interclassisti. Mentre la pervasione della forma-merce e l’edonismo dei consumi travolgono qualsiasi valore storico e anche le culture “minori” subiscono questo processo di erosione da parte di una generica cultura planetaria che vuole mangiare giapponese, parlare inglese, vestire italiano e pensare americano, Comizi d’amore supera il compito per cui era stato pensato.

 

Ma anche, dopo averlo guardato, sarà necessario ritornare a noi stessi, all’uomo che nel frattempo siamo diventati e che stiamo diventando, e ci sono alcuni libri che in parte – per fortuna – ce lo raccontano, come quello di David Szalay (un vero e proprio «Comizio d’amore» per analfabeti sentimentali in giro per l’Europa, ma nel nuovo millennio) e quelli di Houellebecq, dacché è di sesso che stiamo parlando, e probabilmente anche quest’altro, appena uscito, che ci racconta una provincia strana, ricca e attonita, mi verrebbe da dire, che è quella compresa tra Venezia, Padova e Treviso, di cui si legge anche questo:

 

Come se il fondale delle vite potenziali promesse dalla ricchezza, dall’intelligenza e dal presunto coraggio del Nordest di fine Novecento si fosse lentamente richiuso, intrappolando nei suoi lembi ragazzi come Tiziano o Matilde, e con loro una schiera di erasmus che da Musano di Trevignano si trasferiscono a Kreutzberg, e poi tornano indietro, nell’anossia, e su questi ritorni andrebbe scritto un altro libro. “Io mi arrangio a difendermi, pensava Alberto, sorretto da una protervia che talvolta diveniva hybris: io mi arrangio, ma altri soccombono”. … Raccontare lo sfasamento temporale del’e-commerce significa raccontare la sospensione delle loro vite, come quelle slide pallide sul muro che “stavano parlando del futuro, ma sembravano già parte del passato”. Gli scrittori, i fisici teorici e i depressi vivono fuori dal tempo. Stanno sulle sponde del fiume di ferro.

 

Anche perché, come scrive nel post Nicolò Porcelluzzi, «la letteratura non descrive la realtà, la trasfigura, la prefigura, la configura»; ma così facendo, si sa, finisce proprio per descriverla, aggiungerle senso, e agganciare quella stessa realtà alle nostre vite. E così disse anche Simone Weil: «È bene ciò che dà maggiore realtà agli esseri e alle cose, è male ciò che gliela toglie». L’essenza che ancora cerchiamo nel nostro mondo omologato e ricco e attonito, l’essenza che ha a che fare con la nostra fallibilità e la nostra finitezza, in fondo, sarà esattamente questa necessità che sempre abbiamo.

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Davide Profumo
Davide Profumo
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