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raramente

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Leggere è un lavoro, e come tale un’attività per la quale si deve essere preparati. Come per fare il falegname, il marinaio e l’imbianchino. Ogni attività umana, una volta che se ne siano acquistati gli strumenti di base, può essere praticata per arricchirsi, per divertirsi e per guadagnarsi il pane. Ogni attività umana può essere lavoro e divertimento; ma nessuna si può praticare senza competenza ed esercizio.

Mi pare utile segnalare oggi questa interessante intervista che Piero Dorlfes ha rilasciato a Davide Brullo (e che si legge per intero qui). Interessante perché è abbastanza chiaro che i due non vanno del tutto d’accordo, perché l’intervistato non gradisce (o non capisce, o trova fastidiose) tutte le domande dell’intervistatore, perché queste piccole incomprensioni generano scintille più illuminanti delle dichiarazioni stesse. (Ed è una cosa che accade assai poche volte, anche questa.)

Ma le dichiarazioni di Dorfles restano comunque interessanti, e per esempio lo è quella citata come incipit qui sopra («leggere è un lavoro») e lo è anche questa, qui sotto, su cui sono piuttosto in disaccordo (e forse lo è anche Brullo):

Leggo sia per interesse che per mestiere molta della letteratura pubblicata oggi in Italia e raramente la trovo convincente. Meglio alcuni buoni artigiani del giallo di chi tenta i toni alti della scrittura lirica o dei drammi esistenziali. Prevalgono libri inutili, di scrittura sciatta o inutilmente retorica e barocca (le scuole di scrittura hanno colpito duramente), storie personali di totale disinteresse, autobiografie scritte da persone a stento adulte, molta sfiga giovanile e qualche velleità di tratteggiare le contraddizioni del presente.

Ma forse il mio disaccordo è solo una punta di fastidio (sarà che ho letto pochi, ma alcuni, romanzi italiani proprio belli, in questo 2021); forse la questione è tutta dentro quell’avverbio, «raramente», che si trova nella prima riga della risposat di Doprfles. Vale anche per me quel «raramente». Che significa una volta su cento, o forse anche una volta su mille. Ma che nega comunque il «mai».

E si legge proprio per quello, secondo me: per trovare quel libro, uno su cento, uno su mille, che ci convince, che ci colpisce, che ci urta e ci spiega chi siamo e che cosa ci circonda, che ci dice quello che confusamente sapevamo già di essere, ma non lo dicevamo e non avremmo mai saputo dirlo. Raramente, ma accade.

E forse è anche un bene che sia «raramente». Se fosse tante volte, se fosse tutte le volte che prendiamo in mano un libro, credo io, leggere sarebbe (più che un lavoro) un mostruoso supplizio.

Davide Profumo
Davide Profumo
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