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quello che è già accaduto

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Che cos’è la fantascienza? È un pretesto; un modo di dire, fondamentalmente. Un modo di far succedere le cose: astronavi, alieni, spade laser, non sono che ammennicoli; gioielleria, anzi bigiotteria – pur se splendente, e necessaria – un po’ come gli ectoplasmi e il succo di pomodoro a litri che popolano gli horror. La questione, poi, la meta, è sempre quella: what if? Che cosa succederebbe se…

 

Non so perché ma la fantascienza (o meglio: il romanzo distopico, che parla del presente parlando di un tempo che non esiste, che magari esisterà, che probabilmente non esisterà mai, che fondamentalmente è già esistito) si associa per me a due romanzi che lessi nell’adolescenza e a causa della cui lettura rimasi perplesso. Il primo fu 1984  di Orwell, perché ho avuto la ventura di avere sedici anni nel 1984 ed era difficile non leggere quel libro, in quei mesi, mentre tutti ne parlavano e cantavano e scrivevano. Il secondo fu Il mondo nuovo di Huxley, che lessi pochi mesi dopo, su consiglio di qualcuno, chissà chi, chissà quante persone ho dimenticato tra quelli che mi hanno consigliato libri che altrimenti non avrei letto e che poi ho amato tantissimo, chissà se questo è un peccato che dovrò scontare prima o poi.

 

Ecco, la sorpresa (e dunque la forte perplessità) fu, già a sedici anni, scoprire che Il mondo nuovo era, a mio adolescente parere, molto molto più bello di 1984, di cui  tutti parlavano e cantavano e scrivevano. Ed era anche molto più eloquente e molto più terribile e pure più efficace a raccontare il mio presente, o almeno quello che a me pareva essere il mio presente e le angosce a cui tale presente mi abbandonava. Poi sono passati gli anni e ho scoperto che ero tra i pochi a coltivare questo giudizio così netto. Però è un giudizio che non è cambiato, nonostante le perplessità. E ai miei alunni, quando devo consigliare un libro di narrativa cosiddetta distopica (ma a loro dico «fantascienza»), consiglio spesso il libro di Huxley, che continua a piacermi molto.

 

C’è stato poi un altro romanzo che negli ultimi anni mi è molto piaciuto, entro il genere distopia o fantascienza. È stato Non lasciarmi di Ishiguro, lo scrittore che ha vinto il premio Nobel pochi mesi fa. Ne ho trovato oggi una piccola ma efficace descrizione sul sito «Letteratura e noi» e da questa breve lettura mi è venuta voglia di scrivere qualcosa su questi libri, che avrei altrimenti rischiato di dimenticare, come ho dimenticato le tante persone che me li hanno consigliati. E di fantascienza ci sarebbero anche i film, ovviamente, che da sempre mi sono piaciuti, ma per cui forse si può rimandare a un’altra occasione (anche se ci fu un film che si intitolava Gattaca, qualche anno fa, che mi incantò… a parte gli ultimi tre minuti, che trovai così poco coraggiosi, in effetti, che mi fecero un po’ arrabbiare). Ma il tutto era per dire un’altra cosa, in verità.

 

Volevo dire che la definizione che avete letto appesa là, all’inizio del post, a proposito della fantascienza (e anche di Bolaño, che sto leggendo in queste settimane), la definizione per cui la fantascienza è «un modo per far succedere le cose» vale per tutta la letteratura, non solo per la fantascienza; tutto quello che scriviamo è un what if, un  cosa succederebbe se… Nella cieca e infantile fiducia che questo non accadrà mai, che scriverlo significa apotropaicamente allontanarlo, nella splendida inconsapevolezza di ignorare quello che invece ben sappiamo, e cioè che navighiamo nel buio, entro un’astronave a strumentazione approssimativa e in parte guasta, guardando la scia che ci lasciamo alle spalle e immaginando soltanto quello che in fondo è già accaduto.

Davide Profumo
Davide Profumo
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