quella strana voglia

Sono sicuro (desidero ardentemente essere sicuro) che vi è venuta, se avete ormai superato il giro di boa dei quarant’anni come l’ho superato io, ogni tanto una strana voglia, inconfessabile: la voglia di tornare a studiare un po’ di letteratura, di nascosto, senza farlo sapere a nessuno, chissà come e chissà perché

 

Forse è stata solo nostalgia delle scuole superiori, dei diciotto anni ormai passati, del tempo vissuto e un po’ buttato via… O forse no: era autentico desiderio di sapere, di riconoscere, di riavere quella possibilità non del tutto sfruttata quando si era giovani e si pensava a tutt’altro, beata incoscienza. Ma comunque quella strana voglia, una sera a tradimento, vi è venuta.

 

Ho quindi subito pensato a voi quando ho letto oggi questo curioso post letterario scritto da Roberto Contu, di cui non so nulla se non che è un mio collega, visto che lo scrive lui stesso. E Contu, in poche righe, sapendolo benissimo ma quasi fingendo di parlare di altro, ci racconta come stanno i classici della letteratura italiana, dalle origini fino a oggi, senza mentire troppo e senza nascondersi che alcuni stanno purtroppo maluccio. E traccia quindi, con una strategia originale e divertente, un bel percorso che forse potrà esservi utile il giorno in cui vi tornerà la voglia di leggere qualcuno di quei classici della letteratura (Boccaccio o Machiavelli o Tasso o Foscolo o Leopardi) di cui a scuola qualcuno come me (o come Contu) aveva provato a parlarvi, a volte riuscendoci a volte no. Potrete insomma ripartire da qui:

 

Mettere sotto processo i classici per appurarne l’odierno grado di tenuta a fronte di un parametro di verifica del tutto discutibile ma reale, ovvero quei pessimi lettori che sono oggi gli studenti. Pessimi lettori, ma a conti fatti oggi gli unici lettori di massa, seppure coatti, di quegli autori. Un punto di vista quindi scomodo, anarchico, criticamente scorretto, ma consistente. E come non farci i conti? Come sottovalutarlo tanto più se si è poi chiamati de visu a perorarne la sacralità ogni santa mattina di ogni santo anno scolastico? E allora mi sono detto: ma sì, censiamoli ‘sti autori, secondo il loro punto di vista, il punto di vista degli studenti, facciamogli un tagliando di tenuta per vedere come sono messi, uno stress test per capire se ancora stanno in piedi, manchiamogli allegramente di rispetto ai nostri patres letterari per vedere come se la sanno ancora cavare.

 

Però c’è anche un’altra cosa di cui sono quasi sicuro, fin troppo. Ed è, questa seconda cosa, che il giorno in cui vi verrà la strana voglia di riprendere in mano alcune di quelle pagine che quando eravate così giovani (come ero anch’io, maledetta vita che fugge e non si arresta un’ora…), non penserete né a Boccaccio né a Foscolo né tantomeno a Tasso, non subito. Perché subito, immediatamente, penserete a Dante. È una specie di destino degli italiani, mi sa: come se a Dante bisognasse ogni volta ritornare e da lui ogni volta ripartire. Come se fosse sempre quello il nodo che dobbiamo sciogliere per riprovare a essere un po’ di quello che tanti anni fa non sapevamo ancora di essere.

 

E quel giorno, il giorno in cui una strana voglia vi farà venire in mente verrà la letteratura e il primo nome a cui la assocerete sarà quello di Dante, quel giorno non vi ricorderete di me e nemmeno di Roberto Contu (e nemmeno di un altro Roberto, spero per voi). Vi verrà invece subito in mente il nome di Vittorio Sermonti, che di Dante è stato straordinario conoscitore, eccezionale critico, impareggiabile divulgatore. (E ho scritto «impareggiabile» perfettamente consapevole del significato di questo aggettivo.)

 

Oggi piangiamo Vittorio Sermonti, ed è dunque un brutto giorno per tutti gli appassionati di Dante, come sono io. Se ne parla su tutti i quotidiani e se ne parlerà (spero) ancora di più nei prossimi giorni. Ma per oggi ho scelto soltanto un brevissimo articolo, che mi è piaciuto più degli altri. Lo ha scritto Mattia Feltri e l’ho scelto perché a un certo punto vi si legge questa mezza frase qui, che mi sembra il senso stesso di tutto il lavoro portato avanti da Sermonti in questi tre decenni:

 

grande divulgatore della Divina Commedia senza cedimenti pop

 

Si può fare, insomma. Si può fare divulgazione senza «cedere», si può parlare di cose complesse senza renderle talmente facili da tradirle. Lo ha fatto Vittorio Sermonti, speriamo ci riesca nel prossimo futuro anche qualcun altro. E senz’altro ci mancherà il suo lavoro, già da stasera. Però, a questo punto, quando vi verrà quella strana voglia di riprendere in mano la letteratura che tanti anni fa avete (colpevolmente) trascurato, e subito vi verrà in mente il nome di Dante (perché continua a essere il destino di noi italiani), ecco, quel giorno potrete cercare questi tre libri qui (inferno purgatorio paradiso) e partire esattamente da loro.

 

Non vi sbaglierete: Sermonti ha tracciato per voi questa diritta via.

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Davide P.
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