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quattro sparsi pensieri

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Quando su un autobus urbano lessi per la prima volta “personale per il servizio alla clientela”, capii che erano i vecchi “controllori” solo dopo molti viaggi e molte riletture. Credevo davvero che si trattasse di personale dedicato ai miei sacri diritti di cliente. L’hanno detto in tanti: l’Italia è un paese che ama l’opacità linguistica degli eufemismi, delle perifrasi, degli slittamenti semantici o delle vere e proprie sostituzioni. La ragione è sempre quella rappresentata amaramente da Ignazio Silone in Fontamara: fottere i cafoni parlando di “lustro” invece che di “cinque anni”. Prima che la coscienza avvertita della persona colta reagisse, anche io su quell’autobus sono stato un cafone. Quando, però, su un treno ad alta velocità ho ascoltato un messaggio registrato che mi avvertiva, «il train manager è a vostra disposizione», ho compreso subito che si trattava di un fenomeno completamente nuovo e di dimensioni ben maggiori della vieta opacità del potere e della burocrazia italiani.

 

Il primo dei quattro pensieri di oggi l’ho fatto leggendo questo bell’ articolo che Daniele Lo Vetere ha dedicato alla scuola e agli uomini del ministero che la governano. Seguire i link dell’articolo di Lo Vetere è quasi un’esperienza surreale, a me ha tolto il fiato e messo di cattivissimo umore. Ma quando mi è tornato il fiato (l’umore invece non è più migliorato), ho pensato che è la lingua che cambia la realtà prima ancora che la realtà stia davvero cambiando; ed è con le parole che costruiamo le priorità di oggi e di domani, anche quando non ce ne accorgiamo, anzi specialmente quando non ce ne accorgiamo più e diamo per buone le parole del nostro nemico (è una parola che uso apposta, scusatemi). E questo è stato il primo pensiero.

 

Questo mio intervento tratta di due sì e un no. Il primo dei due «sì» è la seconda cellula verbale, delle tre, in ordine di apparizione. Tutti conoscono questo particolare e quanto mai rilevato atomo linguistico che ha la valenza esplosiva ed epifanica di un Aleph: la parola «Yes» che Molly Bloom pronuncia a più riprese e poi un’ultima volta, alla fine del suo monologo, nell’ultimo capitolo di Ulisse. La prima cellula in ordine cronologico è un altro «Sì». Lo pronuncia – prima in inglese, due volte, e alla fine in italiano – un’altra Molly, la bambina protagonista del poemetto Italy di Giovanni Pascoli. L’ultima delle tre cellule è invece un «No». Lo grida a squarciagola una delle indiziate del delitto Balducci, la giovane Assunta Crocchiapani, stretta all’angolo dal commissario Ciccio Ingravallo nell’ultima pagina di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Carlo Emilio Gadda. Tre parole pronunciate da tre donne, di tre età diverse, in tre testi fra loro separati più o meno da tutto: dal tempo, dalla lingua, dai generi letterari.

 

Il secondo pensiero l’ho fatto invece grazie ad Andrea Cortellessa. Il quale ha scritto un lungo e coltissimo articolo che parla di tre testi (una poesia, un romanzo lunghissimo e un romanzo incompiuto) che ho amato e di cui però forse non avevo mai capito i nessi che oggi lui mi ha mostrato. E il pensiero è quindi che non si smette mai di leggere, nemmeno le stesse cose, che rileggiamo continuamente gli stessi testi, che nel frattempo cambiano e restano uguali, forse perché cambiamo noi, forse perché nel frattempo abbiamo imparato a leggere, forse invece perché stiamo da molto tempo disimparando.

 

Così come non tutti gli arabi sono musulmani, infatti, non tutte le donne musulmane portano il velo e, rovesciando l’argomento, non è il velo a fare di una donna una musulmana. A meno che non vogliamo accettare la narrazione dominante dei fondamentalisti, per i quali invece una “vera” musulmana non può che portare il velo.

 

Il terzo pensiero dice invece che i luoghi comuni si annidano spesso anche tra le migliori intenzioni. E che un luogo comune è peggio di una buona intenzione, perché sono i luoghi comuni a creare e consolidare l’immaginario cui faremo seguire le nostre azioni senza rifletterci; mentre per le buone intenzioni ci vuole una dose di riflessione che di cui spesso non disponiamo, per ignoranza o per pigrizia. Peccato, sarebbe stato meglio il contrario, lo so anch’io.

 

Éric Cantona è qualcosa in più di un semplice calciatore: è un’anima inquieta che vive il calcio come un’arte tra le altre, come uno strumento con cui esprimere la sensibilità e la follia che fanno parte dell’uomo e che non dovrebbero mai essere soffocate. Così si esprime Cantona in un’intervista rilasciata alla rivista «France Football» nell’autunno del 1987: «Ho bisogno di avere reazioni folli per essere felice – e anche per rendere in campo. Devi avere la forza per essere pazzo. Non sul momento, quando la sincerità è fondamentale, ma dopo, per reclamare la propria originalità. Il calcio non accetta le differenze, ed è questo l’aspetto che più mi delude. I giocatori sono troppo banali. Sono macchine costruite per giocare, non hanno il diritto di pensare con la propria testa. […] Sono troppo deluso dall’ambiente del calcio. La gente che viene a vedere le partite non ha alcuna sensibilità, alcuna follia, nessuna capacità di pensare. È un contesto in cui non vivo la vita che vorrei vivere…»

 

Ma il quarto e mio ultimo pensiero di oggi l’ho fatto grazie a un lungo articolo che presenta un lungo libro su una figura di calciatore che per me è legata soprattutto a un film di qualche anno fa (che è anche citato alla fine del lungo articolo, in effetti). E il quarto pensiero è stato che almeno una cosa in comune ce l’hanno il calcio e la letteratura. Ed è questa: che ci vogliono migliaia di giocatori inutili per fare un giocatore vero, così come ci vogliono migliaia (forse decine di migliaia) di libri inutili per lasciarcene uno vero. È un po’ poco, ma è con questo dobbiamo fare i conti. Li faremo, di malavoglia, ma li faremo.

Davide Profumo
Davide Profumo
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