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quasi tutto, ma non la poesia

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So già che non avrete tempo, oggi. So già benissimo che questi ultimi giorni prima del Natale sono fatti di rincorse, di cene, di regali, di ultimi saluti, di «ci sentiamo dopo le feste», di sospiri di sollievo, di stanchezza, di attese che tutto passi e si possa ricominciare da capo… (poi davvero tutto ricomincia da capo e non ci pare che fosse così bello, ma siamo esseri umani, ci piace che sia così, poco da fare).

 

Però, mentre so già tutte queste cose, voglio anche immaginare quello che invece non so con esattezza: e cioè che le vacanze prossime venture arriveranno con il loro carico di impreviste pause, di salutare vuoto. Quelle pause e quel vuoto che ci fanno improvvisamente fare una passeggiata; cercare un amico per fare due chiacchiere; restare soli con i nostri pensieri e forse non sapere nemmeno bene cosa pensare. Ecco, è a queste pause che sto pensando oggi. Ed è per queste pause (e per i pensieri che avremo senza saperlo, quando ci saremo dentro) che sto per lasciarvi qualche segnalazione in più del necessario, nella speranza di incrociare un qualche vostro desiderio, come un babbo natale del web, senza renne e senza letterine, che butta a caso i suoi suggerimenti perché non sa più cosa farne.

 

Perché magari, ho pensato, vi sveglierete un giorno e avrete voglia di pensare a una cosa bella, ma veramente bella, che gli esseri umani sono stati capaci di fare in questi ultimi tempi (che brutti tempi, signoramia!). Ecco, nel caso, c’è una biblioteca che potreste guardare su questa pagina: che è bellissma, per come è e anche perché (semplicemente) esiste. E poi anche, magari, non lo so, sfidare il freddo, prendere un aereo e andarci, fin lassù: sarebbe una buona idea, secondo me.

 

Oppure, non è impossibile, potreste avere voglia del contrario e cioè di prendere atto che siamo fatti anche per il male, e che ci vogliono cura attenzione e dedizione per non «essere se stessi», cioè per essere un po’ meglio di noi stessi. In tal caso Annamaria Testa ha scritto il post che fa per voi, che a un certo punto dice così (ma è solo una delle dieci cose brutte a cui dobbiamo stare attenti, secondo lei: le altre sono pure peggio…):

 

Siamo ciechi e dogmatici. Ignoriamo ostinatamente i fatti che contraddicono le nostre convinzioni pregresse, e qualsiasi evidenza contraria non fa che rafforzarci nelle nostre posizioni. Questo comportamento deriva in parte dal fatto che le nostre convinzioni sono connesse con il nostro senso di identità, e in parte dalla sicumera che ci rende troppo convinti di saperla più lunga degli altri.

 

O magari non ne avrete ancora abbastanza di classifiche e di resoconti: in tal caso ho anche io una possibile lista di film e di libri del 2018 che avete fatto male a perdervi, se ve li siete davvero persi. O forse vi succederà (la vita è originale…) di avere voglia di sapere come Dante Alighieri passò i suoi ultimi anni in una città bella come fu ed è Ravenna, può accadere. In tal caso trovate un bel post di Michelangelo Zaccarello capace di fare davvero il punto della situazione: chiaro, sintetico, adattissimo ai cardiologi ravennati ma non soltanto.

 

Oppure, mi farebbe piacere, vi interesserà, in giorni in cui tutti vi sentirete più buoni (è lo zucchero dei pandori…) una breve ma importante riflessione sulla giustizia e sulla punizione ai nostri tempi nel nostro mondo. Ne ho una bellissima, scritta da Luigi Manconi, che presenta un libro che forse vi farà pure piacere leggere. La trovate qui e a un certo punto dice così:

 

L’atto del punire porta sempre con sé, inevitabilmente, un elemento di piacere. La consapevolezza che l’infliggere un castigo comporti comunque un fondo di sadismo ha costituito un incentivo alla civilizzazione di quello che rappresenta uno dei processi essenziali della modernizzazione. Ovvero la formazione di un sistema neutro della giustizia, sottratto alla passionalità dei soggetti direttamente coinvolti (vittime, autori di reato, testimoni), che ha contribuito in misura fondamentale alla realizzazione di uno stato di diritto. Ma se il sistema di diritti e garanzie di quella forma contemporanea e liberale di Stato viene scosso costantemente da domande di provvedimenti autoritari e illiberali e da tempeste emotive che ne contestano la presunta fiacchezza nella repressione del crimine, sulla base appunto di quella «percezione» alterata e deformata, evidentemente un problema c’è. Eccome se c’è.

 

E non ho per niente finito (capite bene la mia premessa, insomma). Perché io spero che un giorno avrete davvero un’ora completamente vuota, abbandonata a se stessa. Ecco, sarei qui a proporvi, per quell’ora, di non accedere a Facebook ma di tirare fuori lo smartphone (anche un tablet andrà benissimo) per una lettura molto più impegnativa e faticosa, eppure necessaria secondo me. È un lungo (lungo!, vi ho avvertiti) e denso post scritto da Guido Mazzoni sulle «crisi» che stiamo vivendo, da almeno trent’anni a questa parte. Dice tante, tantissime cose; le dice in modo serio e senza concessioni alla leggerezza. Ed è un post necessario prima ancora che importante. Anche quando Mazzoni (uno dei pochissimi intellettuali veri che abbiamo in Italia, secondo me) lo introduce così:

 

Se gli anni Novanta delle società occidentali sono stati segnati dall’idea che non potesse più accadere nulla di decisivo, gli anni Zero e gli anni Dieci vengono letti attraverso un significante opposto – la crisi. Di solito viene declinato al plurale – non una ma molte crisi: economica, politica, culturale, ecologica. Alcune sono interne alle società occidentali, altre riguardano il rapporto fra queste società e ciò che le trascende del tutto o in parte: le migrazioni, il fondamentalismo islamico, il cambiamento climatico. Oggi vorrei parlare delle prime, o almeno di alcune – la crisi economica, la crisi della decisione, la crisi dei legami sociali, la crisi delle utopie illuministiche. Sono tutte crisi politiche in senso lato, perché riguardano la vita di noi in quanto esseri oggettivamente uniti in una polis astratta, fisicamente impercepibile ma reale.

 

Ma non occorre passare le imminenti vacanze pensando soltanto alla crisi, ça va sans dire. Per esempio, visto che siete medici cardiologi, potrebbe interessarvi molto questa piccola ma acuta riflessione a proposito di un uomo che ha avuto un infarto entro la sala più famosa di uno dei musei più famosi d’Italia. È leggera ma istruttiva. Comincia così:

 

Leggo che un turista ha avuto un malore mentre era al cospetto della Venere di Botticelli, agli Uffizi. Qualcuno ha ipotizzato che il turista settantenne sia stato sopraffatto dalla bellezza dell’opera, che io dico: magari essere tanto sensibili! E poi penso: ma no, dai, è meglio così, che quando vado in un museo dopo un po’ sono sopraffatto più che altro dalla bellezza di sedermi da qualche parte, specie d’estate, con l’aria condizionata. Sindrome di Stendhal, comunque, questa l’ipotesi di alcuni giornalisti che comprensibilmente preferiscono restare anonimi, una sindrome descritta dallo stesso Stendhal, come saprete, che però  – saprete anche questo – era uno scrittore, e quindi uno che, per natura e per mestiere tende un po’ a, come posso dire?, inventarsi le cose…

 

O ancora, sempre essendo voi medici e cardiologi, non sarà inutile che leggiate un breve post sul rapporto con le altre persone che lavorano in quel luogo misterioso (per noi) che si chiama ospedale. C’è un piccolo commovente ritratto che trovate qui. Si pone una domanda, a un certo punto:

 

Allo sguardo superficiale un lavoro marginale, che vuoi che sia? Aiutare a lavare i malati al mattino, controllare la sterilizzazione dei broncoscopi, far entrare i parenti in visita… Vi siete mai fermati a pensare come vi sentireste, se aveste mai la coscienza minima per rendervi conto, a stare fermi in un letto per giorni, senza potervi lavare?

 

E c’è anche il post di Natale, visto che i pandori finiscono, a un certo punto (meglio così). Un post semplice ed efficace, come tutte le cose che sono belle davvero. Un post che ci dice della semplicità felice, se posso permettermi di scriverlo. E che comincia così:

 

E così finisce che, per un caso del destino, in due giorni ti trovi a passare del tempo – tanto, poco: non conta così tanto – prima in una casa famiglia che ospita bambini che il Tribunale dei minori ha temporaneamente tolto alle loro famiglie e poi in un centro Sprar, uno di quelli che ospita e cerca di introdurre nella cosiddetta vita normale ragazzi in attesa dell’asilo politico. Non hanno molto in comune – età, provenienza, lingua, colore della pelle – se non una cosa, e però fondamentale: sono lontani, per chissà quanto, così tanto che nessuno vuole pensarci davvero, dalla loro casa e dalla loro famiglia.

 

E infine un libro, visto che è ancora il mio mestiere. Ed è un libro antico, questa volta, però scritto oggi. Si intitola Il racconto della guerra di Troia ed è opera di Giulio Guidorizzi, che è il più bravo tra tutti quelli che raccontano nel presente, con voce piana e piacevole, le vicende di un lontano passato, normalmente relegato alla stanchezza delle aule scolastiche. Mentre questo libro è bellissimo, ricchissimo, pieno di vita attuale e di storie. È il mio consiglio di lettura per le vostre pause di Natale (oltre a tutti quelli citati in questi ultimi mesi). Ne trovate qui anche una bella recensione, scritta da Matteo Nucci, che inizia così:

 

Tutto ebbe inizio con il celebre “pomo della discordia”. Una mela che rotolò fra le gambe degli dèi riuniti a banchettare il giorno delle nozze di Teti e Peleo. Una mela d’oro dedicata alla più bella fra le dee. Ma chi? Forse Era, moglie di Zeus, signora indiscussa dell’Olimpo? Forse Atena, figlia di Zeus e Metis (Intelligenza Astuta), dea dotata di acutezza intellettuale invincibile? O forse Afrodite, la dea del desiderio e dell’amore sensuale? Chi fra di loro? Eris, la divinità della Discordia, fu geniale. Non invitata al banchetto, fece ruzzolare la sua mela fra gli invitati e seminò quel che voleva seminare. La contesa per assicurarsi il premio ebbe effetti devastanti. Da lì in avanti nulla sarebbe più stato lo stesso. Né fra gli dèi, né fra gli uomini. Anche perché fu da quella mela d’oro che ebbe inizio la serie di accadimenti capace di portare alla più famosa guerra dell’antichità, una guerra mitica, la guerra di Troia.

 

E manca quindi soltanto la poesia, anche per oggi. Ma per oggi niente, ho pensato, per oggi finiamo così. Perché i versi hanno bisogno di silenzio e questo post è lungo e ha fatto già un bel po’ di frastuono… Sarà per la prossima volta, sarà anche una poesia.

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Davide Profumo
Davide Profumo
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