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Quarantena e podisti della domenica: fare attività fisica farà veramente bene?

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A cura di Carmelo la Greca

 

Association between physical activity and risk of incident arrhythmias in 402 406 individuals: evidence from the UK Biobank cohort. Elliott AD, Linz D, Mishima R, Kadhim K, Gallagher C, Middeldorp ME, Verdicchio CE, Hendriks JML, Lau DH, La Gerche A, Sanders P. doi: 10.1093/eurheartj/ehz906

 

Dopo il 4 maggio potremo riprendere a fare attività sportiva o motoria lontano da casa, purché, ovviamente, nel rispetto della distanza di sicurezza. E molti di noi (?), ormai podisti incalliti, attendono questo piccolo ritorno alla vita normale. Del resto, è noto che l’attività fisica è inversamente associata a mortalità e morbidità,1 contribuendo alla prevenzione dei fattori di rischio cardiovascolare, con benefici anche sulla riduzione delle aritmie.

In realtà, gli effetti dell’attività fisica sulla prevenzione delle aritmie, e nello specifico della fibrillazione atriale, sono complessi: se da un lato lo sport ha influenza positiva, attraverso la riduzione dei fattori di rischio per l’insorgenza dell’aritmia (obesità, diabete, ipertensione), un pre-condizionamento cardio-protettivo, adattamenti metabolici ed effetti antiossidanti, dall’altro ha influenza negativa, attraverso un rimodellamento inverso dell’atrio e un incremento del tono vagale.2,3

Il lavoro di Elliott et al4 cerca di mettere ordine in questa complessità.

 

Lo studio, che ha il pregio di essere semplice, di avere reclutato un’ampia popolazione e di avere un lungo follow-up medio, si è basato su dati ricavati dalla compilazione di un questionario somministrato a 402.406 soggetti, dei quali sono state raccolti caratteristiche fisiche, fattori di rischio, condizioni mediche.

Le risposte ottenute dal questionario hanno permesso di quantificare per ciascun soggetto l’attività fisica svolta settimanalmente al momento del reclutamento (quantificata in MET-min/week), distinguendo anche fra tre diversi livelli di esercizio (camminata, attività a media intensità, attività ad alta intensità) e le relative proporzioni di attività settimanale per ognuno dei tre livelli.

I soggetti sono poi stati seguiti con un follow-up medio di sette anni, registrando gli episodi di aritmia da database elettronici nazionali (sostanzialmente, ospedalizzazioni e schede di morte).

I risultati, interessanti, sono molto ben sintetizzati dall’immagine del “take home message” tratta dall’editoriale di Nattel sull’articolo.5

 

 

In particolare, per quel che riguarda la fibrillazione atriale, si è osservata una modesta correlazione fra l’attività fisica totale e la riduzione degli episodi dell’aritmia (chi2 = 23.1, P < 0.001), ma con una significativa interazione fra il sesso e l’attività fisica. Infatti, nelle donne si è osservata una correlazione fra attività fisica e riduzione degli episodi di fibrillazione atriale maggiore (chi2 = 13.0, P = 0.005) che negli uomini (chi2 = 9.0, P = 0.029); e mentre nelle donne la riduzione si è osservata a tutti i livelli, da 500 MET-min/week (HR 0.94, 95% CI 0.88–1.0) a 5000 MET-min/week (HR 0.80, 95% CI 0.71–0.91), negli uomini la riduzione è stata osservata solo per attività tra 500 (HR 0.95, 95% CI 0.91–1.0) e 1500 MET-min/week (HR 0.90, 95% CI 0.82–1.0).

In più, analizzando solo l’attività fisica ad alta intensità, se per le donne si è dimostrata una riduzione degli episodi di fibrillazione atriale fra 500 (HR 0.92, 95% CI 0.87–0.97) e 2500 MET-min/week (HR 0.84, 95% CI 0.75–0.95), per gli uomini, bassi o moderati livelli di attività fisica ad alta intensità non hanno avuto effetti sull’incidenza dell’aritmia, mentre, al contrario, elevati livelli di attività fisica ad alta intensità si sono tradotti in un incremento del 12% degli episodi di fibrillazione atriale (HR per 5000 MET-min/wk: 1.12, 95% CI 1.01–1.25).

Fortunatamente (per gli uomini, ovviamente), queste differenze non si sono osservate per gli episodi di aritmie ventricolari: non si è osservata nessuna interazione con il sesso e, sia per gli uomini che per le donne, si è osservata una riduzione degli episodi di aritmie ventricolari a tutti i livelli di attività fisica, fra 500 (HR 0.89, 95% CI 0.81–0.98) e 2500 MET-min/week (HR 0.80, 95% CI 0.66–0.97); osservazione confermata anche limitatamente all’attività fisica ad alta intensità (HR per 500 MET-min/wk: 0.90, 95% CI 0.82–0.97; HR per 2500 MET-min/wk: 0.80, 95% CI 0.67–0.95).

Invece, le differenze sessuali si sono riproposte in merito alle bradiaritmie: mentre infatti, in generale, l’attività fisica non è stata correlata a una variazione (in incremento o in riduzione) dell’incidenza di bradiaritmie, l’attività fisica ad alta intensità tra le donne si è correlata a una riduzione delle bradiaritmie fra il 9 e il 18% (HR per 500 MET-min/wk: 0.91, 95% CI 0.86–0.96; HR per 2500 MET-min/wk: 0.82, 95% CI 0.73–0.91).

 

Che conclusioni possiamo trarre da questo lavoro? L’attività fisica allora fa bene? Cioè, in effetti, aiuta a prevenire le aritmie?

La risposta è un ovvio “sì, ma…”

In parte, infatti, queste osservazioni permettono di spiegare perché le osservazioni riguardo agli effetti benefici sembrano prevalere sugli studi di popolazione (che coinvolgono pochi individui che si sottopongono ad allenamento ad alti livelli), mentre le osservazioni sugli effetti negativi sembrano prevalere sugli studi focalizzati su atleti di alto livello.6,7

Negli uomini, infatti, mentre un’attività fisica a livelli moderati ha effetti protettivi, alti livelli di attività sembrano paradossalmente promuovere lo sviluppo di aritmie e, nello specifico, di fibrillazione atriale. Così non sembra per le donne, che beneficiano dell’attività fisica a ogni livello.

Perché questa differenza?

Non è noto. E gli autori non si spingono in ipotesi. Potrebbe riguardare gli ormoni, potrebbe riguardare differenze nel tipo o nell’intensità di quello che è considerato l’allenamento massimale, potrebbe riguardare la risposta cardiovascolare e autonomica all’allenamento, o ancora differenze nella riprogrammazione genica o nel controllo post-trascrizionale di proteine critiche o pathway di segnale…5

Fatto sta che gli uomini dovrebbero guardare con più attenzione alla propria attività fisica.

Che questo però non vi dia la scusa per continuare a rimanere sul divano: si parlava di attività fisica ad alti livelli e ad alta intensità, e una corsettina o una camminata ve la potete, e anzi ve la dovete concedere: i benefici ci sono e sono dimostrati.

Il divano può attendere, e il 4 maggio è vicino…

 

 

 

Bibliografia

  1. Hupin D, Edouard P, Gremeaux V, Garet M, Celle S, Pichot V, Maudoux D, Barthelemy JC, Roche F. Physical activity to reduce mortality risk. Eur Heart J 2017;38:1534–1537.
  2. Lau DH, Nattel S, Kalman JM, Sanders P. Modifiable risk factors and atrial fibrillation. Circulation 2017;136:583–596.
  3. Guasch E, Benito B, Qi X, Cifelli C, Naud P, Shi Y, Mighiu A, Tardif JC, Tadevosyan A, Chen Y, Gillis MA, Iwasaki YK, Dobrev D, Mont L, Heximer S, Nattel S. Atrial fibrillation promotion by endurance exercise: demonstration and mechanistic exploration in an animal model. J Am Coll Cardiol 2013;62:68–77.
  4. Elliott AD, Linz D, Mishima R, Kadhim K, Gallagher C, Middeldorp ME, Verdicchio CE, Hendriks JML, Lau DH, La Gerche A, Sanders P. Association between physical activity and risk of incident arrhythmias in 402 406 individuals: evidence from the UK Biobank cohort. European Heart Journal (2020) 41, 1479–1486.
  5. Nattel S. Physical activity and atrial fibrillation risk: it’s complicated; and sex is critical. European Heart Journal (2020) 41, 1487–1489.
  6. Tikkanen E, Gustafsson S, Ingelsson e. associations of fitness, physical activity, strength, and genetic risk with cardiovascular disease: longitudinal analyses in the UK Biobank Study. Circulation 2018;137:2583–2591.
  7. Flannery MD, Kalman JM, Sanders P, La Gerche A. State of the art review: atrial fibrillation in athletes. Heart Lung Circ 2017;26:983–989.
Carmelo La Greca
Carmelo La Greca
Dirigente medico di I livello, UO di Cardiologia, Fondazione Poliambulanza Istituto Ospedaliero, Brescia

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