quando parliamo d’amore

Quando è che davvero parliamo d’amore? E siamo noi che parliamo, quando parliamo d’amore, o è l’amore stesso che trova parole tramite noi, i nostri corpi, il nostro desiderio? E di cosa parliamo quando parliamo d’amore (vabbè, lo so, questa era troppo facile…)? E come troviamo le parole giuste per parlare d’amore, se davvero esistono parole che in qualche modo siano giuste per parlare di una cosa insensata come l’amore? E quale faccia, quali smorfie, quali sguardi sperduti, quali espressioni usiamo mentre parliamo d’amore, da soli o con chi amiamo? E perché, poi, parliamo d’amore?

Ecco, sono domande per cui non ho risposte; e sono domande per cui non accetto risposte nemmeno da voi; perché sono domande troppo complicate perché io possa anche solo pensare a una risposta. Però c’è la letteratura, questo sì. E c’è il lungo percorso che le parole hanno fatto dentro alla letteratura per provare a definire chi e quando e come si parli quando davvero si sta provando a parlare d’amore.

E sarebbe davvero un po’ sciocco (e anche un bel po’ presuntuoso) pensare di segnalare qui qualche link che possa ricostruire un discorso sull’amore e sulle parole che lo hanno raccontato durante i tempi lunghissimi della letteratura e della poesia. Non farò questo, insomma, non ne sono capace. Mi limiterò a pochi accenni, a uno sguardo obliquo, a qualche bella idea che ho trovato sul web, in questi giorni. Partendo da qui, per esempio, da questo breve discorso sull’espressione “io ti amo“ che mi ha incantato, per suggestione e possibilità (e mi ha fatto venire in mente i Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes, che ho letto con stupore tanti anni fa):

Tutto è personale in “Io ti amo”. Pronome e verbo sono le parti del discorso che la persona sposa per elezione. “Io ti amo”: tutto è pronome o verbo ed è intriso di persona. Prima e seconda: le protagoniste del discorso. Una è la bocca, l’altra l’orecchio. La terza è solo ciò di cui si parla. Nel discorso, in rapporto con le altre, è la nonpersona. Così affermò Émile Benveniste, uno che se ne intendeva. La nostra grammatica definisce uniformemente “persone” (prima, seconda, terza) funzioni del discorso tra loro molto differenti, disse. Fanno meglio, aggiunse, i grammatici arabi. La nostra terza, per loro, è “l’assente”. Alcune divinità governano la vita degli esseri umani. Tra queste, Eros. Va e viene, senza che possano farci nulla. Li accende e li spegne. Tanto li genera, quanto, visto che li genera, può capitare li uccida. Eppure, nel discorso, Eros si affaccia con un “io ti amo”. 

Poi, visto che abbiamo citato proprio Barthes, vale la pena di rileggersi alcune delle sue parole, senza dubbio. Ne ho trovate di interessanti in questa pagina (le ha trovate per me un’altra persona, in verità… Ma mi scuserà se me ne approprio, lo so che mi scuserà), in cui si cerca di dare forma al rapporto tra amore e libri che parlano d’amore e per esempio si dice così:

Francesca da Rimini e Paolo Malatesta scoprono di amarsi leggendo gli amori di Lancillotto e Ginevra. Werther legge Ossian a Charlotte e questa lettura porta al culmine la passione dell’uno, l’emozione dell’altra. L’amore viene dal libro, l’amore è prima di tutto scritto. Io non faccio che riscriverlo, all’infinito: non saprei che desiderare, non saprei che fare, senza libro che mi guidi. Incontro sempre un libro che dà corpo (linguaggio, racconto, emozione) al mio desiderio.

Ma non ho finito, nemmeno adesso. Perché sono giorni in cui sul web si parla tanto d’amore, non so come mai. E allora, per chi avesse tempo (e un po’ di coraggio) c’è anche una lunga trattazione a proposito di questi temi, scritta sul blog “L’Indiscreto”, che propone una serie di spunti e riflessioni davvero interessanti sul tema dell’amore. E in cui, tra tutto il resto, si dice anche così:

L’amore non è quindi (solo) un sentimento che lega e slega i corpi e le anime, ma una forza pervasiva “che tutto move”. Nonostante questa architettura sapiente sia oggi praticamente dimenticata, idee comunemente accettate come quelle di “colpo di fulmine”, “eternità dell’amore”, “anima gemella” fanno riferimento a quella tradizione – che, ricordiamolo, è una produzione culturale, politica e storica. Ma si tratta soprattutto di una tradizione narrativa e filosofica, che non corrisponde ad un sentimento interno, proprio perché, come sostiene Illouz, quando parliamo di innamoramento come forza che attrae due persone e che rivela loro un’unione destinale sconosciuta, facciamo in realtà ampio uso di concetti psicologizzanti e di script letterari.

E ora basta, davvero. Ma c’è un libro che mi resta da consigliarvi, se volete. Lo ha scritto Antonio Pascale, che è scrittore bravissimo, si intitola Le aggravanti sentimentali ed è un libro scritto molto bene, intelligente, lucido e ironico. Una lettura molto stimolante, insomma. Che sul’amore però, a mio modestissimo parere, senza nulla togliere alla stima che ho per lo scrittore (sul serio), sull’amore dice soltanto cose sbagliate.

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Davide P.
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