prima di una fine

La cosa più bella che ho letto in questi giorni sul web l’ha scritta un mio amico.

Nel senso che l’ha scritta una persona che è stata proprio un mio amico, un mio compagno di scuola quando eravamo ragazzi e non sapevamo bene come sarebbe andata a finire, prima di cambiare scuola (lui) e città (tutti e due) e prima di ritrovarci venticinque anni dopo, per caso, sulle pagine virtuali di due blog (il suo e il mio), a sorpresa, stupendoci via email di quell’incontro così distante, di quel riconoscimento un po’ assurdo; e prima, infine, di rivederci a una festa di addio (in cui salutavamo entrambi un social network appena defunto), in mezzo ad altra gente che vedevamo entrambi per la prima volta ma con cui avevamo diviso un lungo e bellissimo pezzo di strada. E prima che anche quella strada finisse.

E questo mio amico ha scritto oggi alcune parole proprio sulla fine delle cose della vita, che mi sono sembrate molto belle e che voglio appuntarmi qui, come prima cosa da ricordare in questa domenica un po’ strana, che è quasi estate ma anche un po’ inverno, per il grigio che la invade. Nel suo post lui dice anche così:

La fine delle cose è un processo naturale e che ci volete fare. Finiscono, prima o poi, e quando finiscono resta per qualche giorno quell’ultimo drammatico fotogramma tra la quasi-fine e la fine vera e propria immobile come un fermo immagine, come quando ti si schianta il pc e di quello che stavi facendo resta solo un simulacro digitale inerme a qualsiasi tentativo di ripristino con la freccina del cursore che trasmette perfettamente l’immutabilità del destino che prima lo controllavi tramite un mouse metaforico e poi basta, non risponde più alla nostra volontà. Resta quindi la rappresentazione di un momento nella memoria e se al momento della fine della cosa c’erano delle persone te le vedi ancora lì con la loro felpa colorata o la camicia con le iniziali e quel fastidioso frastuono dell’ultima parola. Un saluto. Una cattiveria. Un addio fintamente cordiale. Le cose che finiscono hanno degli strascichi perché ciascuno di noi è fermamente convinto che le cose non dovrebbero mai finire…

 

Poi ci sono anche altre cose, che si possono dire, per questa domenica un po’ a metà. Per esempio che vicino a casa mia c’è una mostra che mi piacerebbe andare a vedere, prima che finisca (anche lei). È una mostra fotografica di Luigi Ghirri, meravigliosamente intitolata Pensiero Paesaggio, di cui si dicono interessanti parole in questo post, che la presenta così:

Cosa vediamo quando guardiamo? Cosa vediamo quando guardiamo una fotografia? Questo è il tarlo magnifico dell’opera e della riflessione di Luigi Ghirri: il reale e le sue numerose rappresentazioni.
Ogni volta che osservo le sue fotografie mi torna alla mente il racconto di Daniele Del Giudice, Nel museo di Reims, dove il protagonista Barnaba, a causa di una malattia sta perdendo progressivamente la vista; così decide di sfruttare il tempo che gli rimane per fissare nella memoria alcuni capolavori dell’arte. È per questo che lo troviamo nel museo di Reims, tra le tele di Corot, Géricault, Delacroix e David.
Mentre Barnaba si aggira per le sale del museo, aggrappandosi ai dettagli per dare una forma ai dipinti, la voce di una donna gli si affianca.
Anne ha indovinato il suo segreto e inizia a descrivergli i quadri che lui quasi non vede. Tra i due nasce come un gioco fatto di intima tenerezza. Perché Anne in alcuni casi mente, racconta quello che non c’è, inventa particolari. E Barnaba lo sa. La voce di Anne, allora, diventa il filo da seguire nel labirinto che è il museo, alla scoperta di passaggi segreti, di percorsi di senso.

 

Altre fotografie (belle) di Luigi Ghirri le trovate qui, se avete tempo. E una interessante riflessione su cosa stia invece diventando la fotografia nei nostri anni («ai tempi di Instagram», si dice così, no…?) la potete invece leggere sul blog di Roberto Cotroneo, il quale scrive nostalgicamente così (ma noi, ormai, lo sappiamo fin troppo bene che la nostalgia non è un sentimento della fine ma un dolore diverso, forse la negazione stessa della fine: perché la nostalgia è la ferita che fa girare la prua per tornare a casa, negando la partenza del tempo passato per trovare qualcosa di altro, di vecchio e di nuovo, come l’inverno quando è quasi estate; e l’unica nostalgia che forse esiste davvero è la nostalgia del futuro, altroché):

Oggi è diverso. Non c’è giorno in cui non si possa scattare, non c’è momento che non sia adatto. Non c’è luogo che non sia fotografabile. Non c’è oggetto, anche quotidiano, anche banale, che non meriti uno scatto ravvicinato. Su Instagram ho trovato una volta un account che fotografa soltanto tappi di spumante. Con ogni tipo di luce, con ogni tipo di effetto. A cosa serve? Serve come il fotografare ogni giorno i nostri figli, quando sono bimbi, quando giocano nelle loro stanze. E se hai cento foto in tre mesi del bimbo, il giorno che gli spunta il dentino sarà la foto numero 101, sarà una foto qualunque. Non puoi indagare i visi, non puoi indagare i luoghi. La foto è tornata a essere la radiografia, o se preferite la stenografia della realtà.

 

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Davide P.
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