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prima di finire al macero

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Tra i libri che ho amato di più, in questi ultimi mesi, c’è senz’altro La pura superficie di Guido Mazzoni. Perché è insieme e un libro di poesia ma anche una raccolta di prose; perché è un libro costruito sulla prima persona ma perlopiù si esprime in terza persona; perché pare continuamente parlare di altro mentre parla di noi, che stiamo diventando quello che siamo diventati e quello che nel frattempo non ci accorgiamo che diventeremo. Per cui mi ha fatto molto piacere trovarlo recensito così bene oggi, dalla penna di Maria Grazia Calandrone, in questo articolo corredato da alcune fotografie dello stesso Mazzoni, interessanti. E mi piace per esempio estrarre questo passaggio, che ne illustra un aspetto decisivo:

 

La realtà pare dunque questo irritabile incrociarsi di solitudini che non fanno niente per conoscersi, perché non siamo interessati a conoscerci e non riconosciamo somiglianza alcuna con gli altri, non intravvediamo più la famosa radice umana che tutti ci lega, i pochi gradi di separazione tra uomo e uomo. Qui interviene il poeta, indicando la somiglianza di tutti nell’essere “soli e incomprensibili” gli uni agli altri. Il libro ruota infatti intorno ai cardini di tre brevi frasi: “Ciò che siete non è reale. Ciò che siete vi oltrepassa a ogni istante” e “Sono quello che vedete.” Niente di più vero. Ed è tanto vero che le persone descritte da Mazzoni, pur nelle differenti caratteristiche – chi ha un figlio, chi è solo, chi è di genere femminile, chi è lo scrivente o altri, semplicemente allusi o con nomi e cognomi – sono tutte uguali, tutte chiuse dentro questa pellicola di malmostosa impossibilità. L’interrogazione su chi sia “io” non ha più alcuna importanza. Per un lungo tratto La pura superficie sembra un confortevole e rassegnato libro del malumore lucido, che si occupa con tono descrittivo, senza giudizio alcuno, della parte peggiore dell’umano…

 

Ma c’è anche un altro libro che sto invece amando molto in questi giorni. Si intitola La letteratura circostante, lo ha scritto Gianluigi Simonetti ed è di genere totalmente differente da quello di Mazzoni: perché è una lunga ricognizione del panorama letterario italiano degli ultimi trent’anni (dei libri che semplicemente sono usciti e abbiamo letto, mi verrebbe da dire), un’impressionante rassegna di stili e di modi e di sguardi che hanno cercato di raccontare la realtà che ci ha immersi in se stessa, noi quasi dormienti. Anche di questo libro ho trovato oggi sul web una recensione interessante, e mi fa piacere proporne qui un passaggio, nella speranza che vi faccia venire voglia di leggerne qualche pagina (del libro):

 

Simonetti lo dice chiaramente, «la letteratura che si scrive oggi non ha più nulla o quasi nulla a che fare con quella che si scriveva ieri o l’altro ieri»: una dichiarazione coraggiosa, che però toglie non poche certezze e che per questo, è ovvio, non piacerà a molti. Malgrado ciò, La letteratura circostante non cede il passo a una rassegnazione e a un pessimismo eccessivi. Certo, che l’orizzonte letterario italiano avverta un complesso d’inferiorità nei confronti dei linguaggi audiovisivi e che l’industria editoriale investa soprattutto su scritture stilisticamente facili e dai contenuti di tendenza è ormai un dato di fatto. Ed è altrettanto innegabile che oggi chi ha scritto un libro conta quasi più del libro stesso e che il successo di un’opera non dipende dal giudizio della comunità critico letteraria ma da quante copie se ne vendono e da quanto se ne parla su altri canali. Tuttavia, l’impressione che si ha della letteratura contemporanea, avvicinata attraverso lo sguardo di Simonetti, è che ci sia ancora qualcosa su cui scommettere, «una nota di ottimismo, nonostante tutto».

 

Ma più di entrambe le recensioni, più del desiderio che ho provato di consigliarvi i due libri, più di tutto ha oggi agito in me un’altra suggestione, che viene da un post che ho letto una decina di giorni fa, che ho salvato tra i miei preferiti senza sapere che farmene, ma che non ha smesso di instancabilmente percorrere gli spazi distratti del mio pensiero. Si intitola Carta da riciclare e racconta di tutti i libri che invece non abbiamo letto, della fine che fanno, del luogo che diventa una specie di loro cimitero di passaggio, spiegando forse a noi cosa diventa una parola quando nessuno la vuole più ascoltare, anche quando è scritta. Mi piace molto, questo post. Mi dice che cosa sia la letteratura che mi circonda, come mi ha spiegato Simonetti, e mi dice anche li libri sono semplicemente una superficie, come vuole Mazzoni. E inizia così, dove finisce il mio post di oggi:

 

Non si può immaginare. In questo grigio lembo di pianura romagnola, corrotta dalla cementificazione ma perfettamente limpida per lo spietato algoritmo di Google Maps, fra carrozzieri, officine, un consorzio agrario, ricambi di automobili, una torrefazione e una bigiotteria, sorge un capannone altrettanto anonimo ma che contiene un piccolo tesoro. Almeno per quanti – sempre di meno – amano leggere. Sono più di diciotto milioni i libri censiti che abitano la pancia del magazzino di Stock Libri, gruppo Messaggerie, a Santarcangelo di Romagna. Non un cimitero, ma un’ultima spiaggia per ventimila titoli meno fortunati che, nel panorama editoriale italiano, non sono riusciti a trovare una casa e sono stati dichiarati fuori catalogo dagli editori. Una rotazione media di due anni, prendere o lasciare, prima di finire al macero per un valore fino a sessanta euro a tonnellata, in base al prezzo del petrolio e di altri accidenti finanziari.

Davide Profumo
Davide Profumo
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