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prigioni

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Non ne ricordo la ragione, non ricordo chi fu a consigliarmelo e dove lo trovai, non ricordo nemmeno l’occasione da cui derivò una scelta così singolare… però ero ancora un ragazzo, studente liceale, mi immagino seguissi le combinazioni del caso più che le scelte razionali. E sta di fatto che ricordo con chiarezza che un giorno mi comprai (in copertina c’era un livido autoritratto di Edvard Munch…) e poi mi lessi tutto il De Profundis scritto da Oscar Wilde, senza interruzioni, proprio tutto, senza nemmeno (credo adesso) capirci molto, ma nella convinzione coraggiosamente giovanile che fosse un testo fondamentale, una specie di camera oscura da cui avrei potuto meglio comprendere anche le vicende del Ritratto di Dorian Gray (chissà chi mi metteva in testa certe cose…); e adesso, a distanza di decenni, ancora associo quello scritto così imperfetto alla prigione e all’ingiustizia, al potere e alla sua violenza.

Il De Profundis è un pamphlet, un’auto-apologia, una confessione di cui si parla poco, pochissimo (non lo ricordo come un capolavoro, in effetti); eppure davvero sa raccontare cosa possa essere un’accusa infamante, come possa la giustizia rovinare un uomo, come il sopruso violento sia sempre vicinissimo alle nostre esistenze. Per questo (perché è cosa troppo facile da dimenticare) ho letto volentieri il post che in questi giorni ha dedicato a questo libro, il De Profundis, Edoardo Pisani, raccontando per sommi capi il processo e la condanna di Oscar Wilde (per «omosessualità», quello era il «reato») e poi gli ultimi suoi anni, dopo la scarcerazione, ancor più terribili della prigionia stessa:

“La società conosce mezzi più raffinati della morte, quando vuole accoppare un uomo” ha scritto André Gide, riferendosi al Wilde in esilio, solo e malato, depresso e abbandonato da tutti. Gide lo incrocia per strada, senza un soldo, mentre chiede l’elemosina, qualche moneta per sfamarsi. Lui stesso è a disagio, sedendoglisi accanto, come se temesse di essere visto in sua compagni.

È un ritratto abbastanza terribile (lo trovate qui), che vi consiglio di leggere, se avrete un po’ di tempo. Racconta un grande scrittore ma lo fa delineando le sue ombre invece che il suo profilo luminoso. Eppure a un certo punto di tutto questo buio, mentre apre il baratro in cui Wilde sta per sprofondare a da cui non si potrà risollevare mai più, Pisani scrive alcune righe folgoranti che in qualche modo sono il riscatto stesso dello scrittore ormai condannato all’infelicità. Queste:

Niente che accada davvero ha la minima importanza, c’è scritto tra le Frasi e filosofie a uso dei giovani, perciò fuggire è inutile, la fuga mancherebbe di grazia e sarebbe a suo modo una dichiarazione di colpevolezza…

Ecco, mentre leggevo queste righe, mi sono improvvisamente ricordato quello che, in modo coraggiosamente giovanile, avevo amato di questa lettura, che probabilmente non avevo capito per niente. C’era una resistenza di artista dentro quelle pagine che mi stupiva, una vocazione alla grazia che intuivo. Forse mi sembrò, in quei giorni lontani, un ideale a cui potesse vale la pena di aspirare. Ora direi di no, ma non ne sono nemmeno sicuro. Però, devo ammetterlo, ho già diversi anni in più di quelli che aveva Wilde quando morì solo e disperato in una stanza di albergo a Parigi. È anche possibile che, nel frattempo, io abbia dichiarato in un qualche tribunale la mia colpevolezza, fuggendo chissà dove.

Davide Profumo
Davide Profumo
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